Trump non lascia. Forse raddoppia

Donald Trump

Gli americani sono un popolo particolare. Guardate alle primarie: sono uno spettacolo di democrazia entusiasmante. I caucus, la partecipazione, il coinvolgimento, il porta a porta, la torta e i biscotti fatti in casa per convincere i tuoi vicini di casa a sostenere il candidato che preferisci. Per non parlare dei dibattiti, uff, forse ne fanno perfino troppi. Ma che spettacolo, la politica.

Sì, c’è materiale per farci un film, una serie tv che non sia House of Cards. Perché a volte la realtà supera la finzione. Il problema si presenta quando il tentativo è quella di rendere la realtà una fiction. Esempio: l’impeachment.

Se da qui al prossimo novembre i Democratici non tireranno un coniglio fuori dal cilindro, il destino dell’America, e di conseguenza quello del mondo intero, è scritto: Donald Trump viaggia verso la riconferma. Il suo secondo mandato alla Casa Bianca dopo l’assoluzione del Senato non è più soltanto possibile, è addirittura probabile. Intendiamoci: parliamo sempre e comunque di un presidente di minoranza, di una figura divisiva. Trump non unirà mai gli Stati Uniti. Ma ad oggi è facile che continui a governarli.

Se tutto ciò diventa possibile, se un personaggio dai molti tratti oscuri si trova a capo della maggiore potenza del mondo lo si deve a due fattori. Uno prende il nome di Zeitgeist, lo spirito del tempo. Chi in politica si dimostra in grado di interpretarlo, di meglio cavalcarlo, è un passo avanti. Trump può non piacere, non ci piace, ma ha dato voce alle paure dell’americano medio, invertito la narrazione dell’inesorabile declino statunitense, riscritto la contemporaneità.

L’altro fattore che sta spingendo Trump verso la rielezione è il Partito Democratico statunitense. Gli elettori desiderosi di una forte rottura rispetto alla presidenza del nemico per eccellenza stanno facendo l’errore politico, a lungo termine, di affidarsi ad un candidato radicale, il socialista Bernie Sanders. Il primo tifoso del senatore del Vermont abita alla Casa Bianca, si chiama Donald Trump. Ma all’emotività giustificabile di un elettorato dem spaurito, che oppone alla figurazione del Male (Trump) la sua antitesi più manifesta (Sanders) si aggiunge – quel che è peggio – la scarsa lungimiranza della dirigenza del Partito Democratico.

Intentare un processo di impeachment sapendo bene che al Senato la maggioranza era saldamente nelle mani dei Repubblicano è stato un errore. Il Russiagate ha detto che un presidente in carica non può essere incriminato. L’Ucrainagate ha confermato che una parte di elettorato dem non ha ancora digerito la sconfitta di Hillary Clinton nel 2016. Per questo ha tentato con un processo politico, qual è l’impeachment per definizione, di fare sloggiare dalla Casa Bianca il nemico Donald. Non c’è riuscito. Perché sui colpi di scena al Congresso, i tweet al veleno di Trump, la sua denuncia di “caccia alle streghe”, di un grande “hoax”, imbroglio, si è infine imposta la matematica, la realtà dei numeri.

Trump è stato assolto, i Democratici hanno trascorso gli ultimi mesi a combattere un’evidenza che era nota da tempo, perso la scommessa che le varie testimonianze avrebbero appannato l’immagine del presidente, perseverato nell’errore allungando i tempi del processo. La verità è che siamo ancora nel 2016, quando The Donald disse: “Potrei sparare a qualcuno in mezzo a Fifth Avenue e comunque non perderei voti. È incredibile”. Sì, lo è. Ma la realtà oggi è questa. Prendere o lasciare? Lui non lascia. Forse raddoppia.

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