Donald Trump ha un problema: il coronavirus

Tutto il mondo è paese. Il coronavirus supera gli oceani, oltrepassa ostacoli fisici e si insinua nella nazione più potente del Pianeta: l’America di Donald Trump. In questo caso non sarà una folla inferocita, al grido di “build the wall!”, a fermare il contagio, l’invasione dello straniero. Il nemico invisibile è alle porte. Anzi no, è già entrato. Con la promessa di un muro da costruire al confine col Messico, The Donald ha vinto le elezioni del 2016. Per l’incapacità di innalzare un muro contro il coronavirus, quattro anni dopo, Trump rischia di giocarsi la rielezione.

La storia fa e disfa. La legge del contrappasso è una realtà con cui spesso bisogna fare i conti. Gli Stati Uniti iniziano a concepire l’esistenza del virus: a poche ore dal Super Tuesday che darà forse un chiaro indirizzo alle primarie dei Democratici, l’emergenza sanitaria irrompe nel dibattito politico a stelle e strisce. Di fronte ad una minaccia globale come quella rappresentata dal Covid-19 tutti gli altri temi passano in secondo piano. La politica estera, le tasse, l’istruzione. Ne resta sul tavolo fondamentale uno: chi può proteggere la vita degli americani?

Questo è il quesito che rischia di decidere le elezioni del prossimo novembre. E come sempre la complessità reclama il suo posto, estromette le semplificazioni. Perché non esiste una sola risposta a quella domanda. Donald Trump, ad esempio, è il presidente che ha smantellato le strutture del Consiglio per la sicurezza nazionale. Un ex dirigente americano ha così sintetizzato: “Per la prima volta dall’11 settembre, non hai qualcuno che faccia direttamente e immediatamente rapporto al presidente, 24 ore su 24, 7 giorni su 7, delle principali minacce transnazionali che affrontiamo :terrorismo, cyber-security, pandemie”.

Ma Trump è anche colui che ha riscritto la storia americana vincendo un’elezione incredibile grazie all’Uomo Dimenticato. Gli ha offerto protezione, nostalgia, confini, orgoglio. La curva del futuro dev’essere ancora scritta. Trump è sul ponte di comando, ha la possibilità di impugnare il timone della nave americana e di scansare gli ostacoli sulla sua rotta. Non è facile, ha perso tempo. La Cina ha dato al resto del mondo almeno un mese per prepararsi all’impatto con l’iceberg, non tutti l’hanno utilizzato nel modo corretto. Forse neanche l’impero che governa la Terra.

E i Democratici? Dalla loro hanno il vantaggio di chi sta all’opposizione in tempi di crisi: lucrare politicamente sulle difficoltà del governo. Ma non troppo, perché gli americani sono un popolo fiero, unito nelle avversità, riconoscono gli sciacalli e li isolano. In questo sono diversi da noi. All’interno del partito dell’asinello da qualche ora è iniziata una nuova partita: non solo chi è il migliore, non solo chi ha più chance di battere Trump. Ma anche: chi può affrontare il Coronavirus meglio di tutti? Può farlo il front-runner, Bernie Sanders, con la sua sanità di base garantita a tutti i cittadini? Il suo piano può essere maggiormente attraente ora che il rischio, già sperimentato da qualcuno, è quello di vedere schizzare alle stelle le spese sanitarie. Piccola nota a margine: il Medicare for All ha un costo. Le idee di Sanders piacciono ma non ci sono le coperture. Questo non è un dettaglio. E Joe Biden? Gli anni da vice di Obama potrebbero giocare a suo favore: un uomo d’esperienza non guasta mai. Elizabeth Warren ha già stilato un piano contro il coronavirus: ma non ha un piano per vincere le primarie.

Tutti inseguono una chance contro Trump. Trump insegue il virus. Il virus è il peggior nemico di Trump. Benvenuti a Usa 2020.

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