Quando inizia il dopoguerra?

Siamo stati abituati a pensare che “ogni popolo ha i governanti che si merita” fosse una delle poche certezze della vita. Della nostra di italiani, almeno. Sempre pronti a denigrare noi stessi, a trovare il giardino del vicino un po’ più verde, abbiamo coltivato la convinzione che altri, altrove, avessero i mezzi, il contorno giusto, le disponibilità che fanno la differenza laddove cuore e genio non arrivano.

Non saremo abbastanza disciplinati, ci siamo detti. Non ne usciremo mai, abbiamo urlato. La nostra sanità fa acqua da tutte le parti, abbiamo ricordato. Poi il tempo è passato. Lentamente, ma è passato. E abbiamo scoperto che forse, ma nemmeno tanto forse, noi italiani siamo meglio. Meglio di ciò che credevamo. Sicuramente meglio dei nostri governanti.

Con l’isteria che domina ogni aspetto della vita politica nostrana, da qualche giorno abbiamo scoperto che chi dall’opposizione prima chiedeva di “chiudere, sigillare” ha poi proposto di “aprire, correre, riaprire tutto“. Salvo ovviamente correggersi e invocare di “chiudere, prima che sia tardi“. Con un’opposizione di questo genere non può sorprendere che chi governa si senta autorizzato a sentirsi Churchill, a citare “l’ora più buia”, a pensarsi statista precipitato a Palazzo Chigi per una fortunata e quanto mai provvidenziale coincidenza astrale.

Al netto degli errori comprensibili, delle autocertificazioni diventate un tormentone di questa epidemia, delle misure economiche insufficienti, del “nessuno perderà il lavoro per il coronavirus” (ricordatela, questa), l’unica certezza sono stati gli italiani. Gli stessi che nelle situazioni di difficoltà tirano fuori il meglio.

Abbiamo voglia di uscire, di tornare a lavorare, di riabbracciare i nostri cari lontani. Soprattutto: vogliamo che qualcuno dichiari finita questa guerra. Ma il vero nodo sarà questo: stabilire dov’è la vittoria non sarà facile neanche dopo. Di più: pensare di dire, “è andato tutto bene” suonerà strano per un Paese che ha lasciato sul campo migliaia di morti, molti più di quanto sarebbe stato ipotizzabile, nel peggiore dei casi, solo qualche settimana fa.

Così, tra una sviolinata e l’altra, tra l’ormai celeberrimo “modello Italia”, tra le Regioni che vanno per conto loro (e forse fanno bene) e i Dpcm entrati a far parte del linguaggio quotidiano, coi virologi diventati di famiglia come un tempo lo erano i personaggi delle soap, aspettiamo di trovare qualcuno che usi parole di verità.

Qualcuno che ci dica che la ricostruzione, il dopoguerra, sarà meno entusiasmante ma altrettanto duro rispetto a quella forgiato da genitori e nonni. Attendiamo che non si affidi allo studio di un’università straniera la responsabilità e l’onere di dire che questo virus ce lo porteremo per molto tempo. Che arrivare a zero contagi in tutta Italia, e sperare di restarci, è un’utopia più che una speranza. Che al cinema, a teatro, al ristorante torneremo, ma a debita distanza, perché non abbiamo scelta. Che di coronavirus, fino a che non pioveranno dal cielo un vaccino o una cura, si continuerà a morire. Anche quando la vita avrà reclamato il suo giusto spazio. Anche quando la guerra sarà in qualche modo, ufficialmente, finita. E il dopoguerra, in qualche modo, iniziato.

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