Trump se ne lava le mani

Se e quando l’America riaprirà lo decideranno i governatori dei vari Stati. Trump sceglie di non scegliere. Consapevolmente, strategicamente, forse, arrivati a questo punto della crisi, anche intelligentemente. “Vince il federalismo americano“, si commenta a queste latitudini, ma la realtà è che Mr. President scommette sulla speranza: che gli Usa non lo puniscano per la tragedia in corso, che il virus perda miracolosamente vigore, che l’economia riparta e che le famiglie dei morti di oggi e di domani non lo giudichino colpevole dei loro lutti, quando si tratterà di indicare il prossimo inquilino della Casa Bianca.

Così facendo Trump conferma l’inazione come metodo preferito per (non) affrontare l’emergenza. Fermo è stato da dicembre a febbraio, quando i rapporti dell’intelligence provavano a metterlo in guardia dai rischi di una potenziale minaccia globale in arrivo dalla Cina. Fermo è rimasto a marzo, quando ha tradotto in parole il sinistro pensiero di far “inondare il Paese” dal virus per salvare l’economia, fermato nel suo intento soltanto da un eroico (e troppo solo) Anthony Fauci. Ma fermo, soprattutto, è rimasto adesso, soltanto poche ore dopo aver minacciato di utilizzare la sua “autorità assoluta” – qualcosa di molto simile ai nostri “pieni poteri” – salvo poi delegare ai governatori degli Stati la possibilità di riaprire nei prossimi giorni al verificarsi di alcune condizioni molto light, sfumate, generiche che la dicono lunga sulla capacità della Casa Bianca di gestire la mastodontica superpotenza, con gli onori e gli oneri che ne derivano.

Su un solo aspetto – non marginale, attenzione – Trump è stato finora all’altezza del suo ruolo: quello economico. Con più di 22 milioni di americani iscritti alle liste di disoccupazione dallo scorso 14 marzo, The Donald ha compreso che c’era una sola strategia possibile: helicopter money. Soldi (veri) agli americani con tanto di firma sui 70 milioni di assegni di sussidio per gli indigenti che il Dipartimento del Tesoro staccherà da qui a poco. Teatro, marketing, ma l’uomo conosce bene le regole dello show, sa interpretarle e piegarle a suo vantaggio. Guai però a perdere di vista la realtà: la risposta economica “monstre” potrebbe non bastare. Due trilioni di dollari negli Usa a motore spento finiscono in fretta. Il fondo da 350 miliardi per sostenere le piccole imprese, ad esempio, si è già esaurito.

Se questo virus è una tempesta perfetta lo è anche perché arriva nell’anno elettorale. E da questa parte dell’Oceano, al di là delle ideologie e delle simpatie, del “bravo Trump, nessuno conosce la situazione degli Stati meglio dei governatori“, resta un problema, un quesito che non ha ancora trovato risposta: “Dove sono i leader?“. Se il presidente americano decide di non decidere è un problema non solo per gli americani ma per tutto il mondo libero. Trump se ne lava le mani, del virus. E per una volta l’igiene personale non c’entra.

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