Non è un Paese per vecchi

Affetti da malattie pregresse. Bollati a vita, o forse a morte, da un marchio di inutilità. Resi d’un tratto numeri in eccesso, per questo da eliminare. Se non dal coronavirus, almeno dalla narrazione che un governo deve dare della realtà, per renderla più accettabile ai sani.

Vecchi, in una parola.

Nel senso di usati, consunti, spremuti, senza più niente da dare. Come se in presenza di comorbilità fosse lecito staccare la spina, meno assurda l’idea di morte, o giustificabile l’assenza di una dignitosa fine.

Chiedete all’anziano che scrive da una casa di riposo, ad un passo dal suo personale sipario, per capire. E trattenete le lacrime se vi riesce, nel leggere quella verità così amara, quell’incubo quotidiano rimasto imprigionato a lungo, fino all’attimo prima dei titoli di coda: “Sai Michelina, la barba me la tagliavano solo quando sapevano che stavate arrivando. E così il cambio. Ma non fate nulla vi prego…non cerco la giustizia terrena, spesso anche questa è stata così deludente e infelice“.

Ci eravamo abituati a pensare che l’Italia non fosse un Paese per giovani. Parlavamo dei laureati costretti ad emigrare all’estero, dei professionisti destinati a restare cervelli in fuga per sempre, di un ricambio generazionale inteso come concetto astratto, articolo di giornale, argomento da talk show. Tutto vero, tutto inaccettabile. Ma in profondità covava dell’altro. Abbiamo dimenticato chi per una vita non ha fatto altro che lavorare per noi: pensare all’oggi per progettare il domani.

C’è chi l’Italia l’ha fatta, l’ha (ri)costruita, con gocce di sudore e calli sulle mani. Come Nonna Lisa, 109 anni, che dal suo balcone di Città di Castello trova la forza per sorridere e gonfiare il petto: “Viva l’Italia, viva gli italiani e viva la bandiera!“. Eppure qualcosa dev’essere andato storto, un meccanismo si dev’essere inceppato, se dopo tante rughe sul volto la società forgiata da Nonna Lisa e dai suoi coetanei si è rivelata priva di rispetto ed empatia. Non puntate subito il dito: non hanno colpe, loro. Se non quella di aver pensato che una vita di sacrifici sarebbe bastata a garantirgli una serena vecchiata. Non hanno avuto neanche quella. Dovremmo vergognarci.

Già da giorni si parla di Fase 2, di ritorno alla normalità, dell’app da scaricare per tornare a circolare come nulla fosse mai accaduto. E loro? Gli anziani? Ce li vedete a tenere uno smartphone tra le mani e a scaricare Immuni? Ve li immaginate tutte le sere, prima di andare al letto, dopo la pillola e il rosario, ad aggiornare le informazioni su spostamenti e stato di salute? Io no.

Siamo quelli che hanno inventato i navigator per i destinatari del reddito di cittadinanza; e poi non pensano ad una forma di assistenza, di “accompagnamento”, per i più fragili, nel nuovo mondo. Assuefatti allo slogan “nessuno deve restare indietro” ci è sfuggito che qualcuno non può fare a meno di camminare più lentamente degli altri. No, non è davvero un Paese per vecchi.

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