Quando Salvini sembrava invincibile

C’è stato un lungo periodo, più o meno a cavallo delle elezioni Europee del 2019, in cui molti italiani hanno sinceramente creduto che Matteo Salvini fosse invincibile.

Lo pensavano i suoi sostenitori, convinti di avere a che fare con un predestinato, un prototipo di politico vicino alla gente, capace di risolvere i problemi dell’Italia a colpi di selfie e dirette Facebook. E, più concretamente, lo temevano i suoi avversari, dimentichi della lezione per cui la demonizzazione dell’avversario arreca danni soltanto a sé stessi.

C’era, sui giornali e in tv, una sorta di “non detto” onnipresente in qualsiasi intervento: Salvini, era il sottinteso, prima o poi questo Paese avrebbe finito per governarlo. Restava soltanto da stabilire il quando, ma soprattutto il come. Bisognava di fatto capire se il Capitano avrebbe stravinto da solo o insieme agli alleati del centrodestra. Al punto che si dibatteva, in quelle settimane prive di preoccupazioni che oggi rimpiangiamo, sull’azzardo politico che una Lega al 37,7% (Supermedia YouTrend dell’11 luglio) avrebbe potuto ragionevolmente affrontare: “Salvini al voto senza Meloni e Berlusconi?“, titolavano diversi giornali.

Si può dire sia stato proprio questo sentimento diffuso, questa percezione largamente condivisa, a giocare lo scherzo della vita a Salvini. Con metà Paese ad invocarlo e l’altra metà a fare gli scongiuri temendone l’avvento, il leader della Lega si è convinto a sua volta che fosse venuto il momento di invocare i “pieni poteri“.

La crisi del Conte I, l’autogol che portò al Conte II, l’estate del Papeete, costarono alla Lega qualcosa come 5 punti in meno di due mesi. Un’enormità. Nemmeno allora, però, gli italiani si tolsero dalla mente quel convincimento così profondamente radicato. Salvini non era stato sconfitto dagli avversari. Semmai s’era sabotato da solo: l’Invincibile, magnanimo leader, aveva concesso ai rivali una consolazione temporanea. O meglio: aveva dato loro l’opportunità di distruggere ciò che restava dell’Italia, così da dimostrare – una volta al governo – tutte le sue capacità di visionario statista. Salvini aveva perso solo il primo treno.

Poi è arrivato il 26 gennaio: l’Emilia-Romagna che in un referendum su Salvini ha scelto Bonaccini. Chiamati a scegliere tra un’opzione e l’altra, catapultati in un bipolarismo vecchio stile, gli elettori hanno sancito che un centrodestra guidato dal Capitano non era opzione da prendere in considerazione. Il sovranista Salvini ha così vissuto sulla propria pelle il “momento Le Pen”: la sovranista d’Oltralpe che entusiasma i suoi sostenitori ma spaventa i moderati e per questo, arrivata al dunque, non vince mai. Risultato: Salvini aveva perso anche il secondo treno.

Ma anche dopo l’Emilia-Romagna il ritornello non è cambiato. I limiti di Conte e del suo governo presagivano un voto non troppo lontano e i numeri della Lega, per quanto calanti, restavano di gran lunga quelli del primo partito italiano. Poi però ha fatto irruzione il coronavirus. E Matteo ha perso la testa.

  • Salvini il 21 febbraio: “Chiudere tutto“.
  • Salvini il 27 febbraio: “Aprire, tornare alla normalità“.
  • Salvini il 10 marzo: “Chiudere, chiudere prima che sia tardi“.
  • Salvini il 4 aprile: “Riaprire le Chiese per Pasqua“.

Come se non bastassero l’incoerenza e l’indecisione sulla gestione dell’emergenza, ecco aggiungersi quelle sulla collaborazione col governo.

  • Salvini il 27 febbraio: “La Lega c’è per un governo di unità nazionale senza Conte“.
  • Salvini il 23 marzo incontra Conte: “Sia inizio di un percorso di collaborazione“.
  • Salvini l’1 aprile: “Governo ha ascoltato grido d’aiuto dell’Italia“.
  • Salvini il 23 aprile: “Ladri. Ladri di Futuro, di Democrazia, di Libertà“.
  • Salvini il 25 aprile: “Governo ci ascolti o basta concordia nazionale“.

A questo mal di mare si è aggiunta da poco un’occupazione del Parlamento scambiato per Liceo Classico. Così, per non farsi mancare niente.

Adesso è chiaro che non può dirsi conclusa la parabola politica di un partito che, sebbene in forte calo (-10,5% in meno di un anno), resta ancora il più premiato dai sondaggi con il 27,2%. E c’è di più: se il governo, questo o chi per esso, non si darà una mossa nella Fase 2, Salvini e i populisti torneranno a guadagnare consensi.

Qualcuno tornerà a pensare che i fiaschi di Salvini erano solo incidenti di percorso, che il Capitano, dopotutto, fa ancora in tempo a salire sul treno in corsa.

Sarà, ma qualunque cosa accada, i giorni a venire non cancelleranno l’immagine di questi mesi. Quella di un leader vittima dei suoi fantasmi, ossessionato dalla sua parabola personale, carente di cultura, visione, sensibilità istituzionale. Semplicemente inadatto a governare. Fragile. Tutt’altro che invincibile.

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