Aiutare i migranti non è di sinistra o di destra: è aiutare i migranti

Il fatto che l’Italia sia alle prese con il coronavirus non significa che gli altri suoi mali siano stati estirpati. La politica nostrana, ad esempio, non ha ancora trovato una cura contro il cancro dei propri preconcetti: pregiudizi che impediscono al dibattito di fare un salto di qualità nel nome dell’interesse comune.

Il dibattito sulla regolarizzazione dei migranti proposta da Teresa Bellanova ne è l’ultimo e più lampante esempio. Aiutare lo straniero? Qualcuno crede sia qualcosa di sinistra. Sanatoria per i lavoratori extracomunitari? Al massimo una pensata da Boldrini.

Peccato che la storia recente italiana dica il contrario. Se Salvini l’avesse letta avrebbe appreso che nel 2002 fu la legge Bossi-Fini a regolarizzare 634mila persone (340mila colf e badanti e 357mila lavoratori subordinati). Ancora una volta un governo di centrodestra, guidato da Silvio Berlusconi, replicò nel 2009, rendendo visibili al mondo del lavoro quasi 300mila lavoratori. Le cose giuste non hanno bandiera.

Il dramma della polarizzazione politica è questo: si assume una determinata posizione per “partito preso”. Per compiacere il proprio elettorato (MoVimento 5 Stelle). Per non perdere punti agli occhi del proprio zoccolo duro (Salvini). Per incarnare l’anima securitaria e intransigente di una destra che nei fatti è tutto meno che moderata (Meloni).

Il tutto senza valutare i pro e i contro di una decisione politica che avrà conseguenze in primis per gli italiani. Come dire: non volete farlo per gli immigrati? Fatelo per voi stessi. Molto chiaramente: mancano le persone per raccogliere la frutta e la verdura nei campi. Circa il 40% dei prodotti ortofrutticoli rischia di marcire: non si tratta solo di dire “peccato”. Si tratta di considerare le perdite per gli agricoltori, i danni per i campi, i prodotti che non arriveranno sulle tavole italiane, l’inevitabile rialzo dei prezzi.

Se non vi convince neanche questo discorso economicistico, pensate alla questione della salute: regolarizzare un immigrato significa farlo venire a contatto con l’istituzione del medico di famiglia, renderlo “tracciabile” e non più scheggia impazzita. Non un dettaglio nell’epoca di una pandemia.

Affrontare la questione con onestà significa anche dirsi con chiarezza che concedere un permesso di soggiorno per i prossimi 3 o 6 mesi non risolverà con uno schiocco di dita il problema del caporalato né quello delle baraccopoli.

Regolarizzare gli immigrati, insomma, significa mettere una pezza su una situazione disumana. Ma per “rimettere al centro la dignità della persona e del lavoro” come chiesto da Papa Francesco serve altro. Soprattutto volontà e onestà politica. Doti che al momento sembrano per larga parte mancare alla nostra classe dirigente.

Iniziamo a lasciare i migranti fuori dalle nostre battaglie. Proviamo ad aiutarli. E ad aiutarci.

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