Decreto Ritardo

Giuseppe Conte

Non dico che il governo sia stato carente d’impegno. Non penso che un altro al suo posto avrebbe avuto vita facile. Non credo che basti uno schiocco di dita per portare l’Italia fuori dall’emergenza economica del coronavirus. Però della comprensione e della pazienza di molti italiani, l’esecutivo ha onestamente abusato.

Le scuse di Giuseppe Conte, datate primo maggio, Festa del Lavoro, sono state l’atto di più grande onestà arrivato dal governo dall’inizio della crisi. Ma da allora sono trascorsi altri 10 giorni: un’infinità per milioni di italiani che attendono ancora gli aiuti necessari se non a vivere, quanto meno a sopravvivere.

Il provvedimento che doveva essere il “Decreto Aprile”, per le infinite discussioni all’interno della maggioranza e le differenze di vedute tra i partiti è diventato in un primo momento “Decreto Maggio”. Qualcuno deve poi aver compreso che l’espediente lessicale imposto dall’avanzare inesorabile del calendario, oltre a generare confusione – qualcuno avrebbe potuto cercare su Google il decreto del mese passato senza trovarne traccia – altro non era che la plastica conferma delle lentezze del governo. Da qui l’ulteriore cambio di nome: da “decreto Maggio” a “decreto Rilancio”. Sarebbe stato più giusto chiamarlo “Decreto Ritardo”.

Degli annunci della sburocratizzazione del Paese, della liberazione delle migliori energie, della digitalizzazione che avrebbe accorciato i tempi della ripartenza, sono rimasti appunto soltanto gli annunci. D’altronde basta misurare la lunghezza dei decreti per rendersi conto che da essi difficilmente potrà derivare lo slancio di cui necessità il Paese: 116 pagine per il “Cura Italia”, 37mila parole e 129mila caratteri per il “Decreto Liquidità”, fino alla bozza dell’ultimo decreto che fino a ieri contava oltre 430 pagine.

Il governo è stato per ora prolisso di parole, meno di fatti: attendiamo un “Decreto Concreto”.

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