Il vero volto della Cina è a Hong Kong

Hong Kong

Se qualcuno ancora auspicava che la Cina sostituisse gli Usa alla guida del mondo libero, beh, buongiorno da Hong Kong. Centinaia di manifestanti – “ribelli” secondo la narrazione cinese – sono stati arrestati con l’accusa di aver protestato contro la nuova legge sulla sicurezza in discussione da ieri all’Assemblea del popolo di Pechino.

Se approvata – e potete scommettere che lo sarà – la legge consentirà alla Cina di reprimere qualunque atto considerato “sovversivo” e pericoloso per la sicurezza nazionale. Facile intuire che gli appelli alla democrazia dei giovani hongkonghesi rientrerebbero nella categoria delle minacce esistenziali secondo l’ottica del regime totalitario guidato da Xi Jinping.

Il coronavirus sta agendo a livello geopolitico come un eccezionale acceleratore di particelle. Qualcuno ha detto che ad un certo punto, nel 2021, il mondo si risveglierà nel 2030. A Hong Kong temono seriamente che il salto temporale li porti dritti al 2047, l’anno in cui dovrebbe scadere ufficialmente la dottrina “un paese, due sistemi” ideata da Deng Xiaoping, che fino ad oggi ha consentito all’ex colonia britannica di restare formalmente sotto il controllo della Cina senza rinunciare alla democrazia e all’autonomia economica.

La Cina guarda alle proteste per quel che sono. Non tanto – o meglio, non solo – una richiesta di autonomia nel processo democratico. Bensì lo sfogo di un sentimento separatista che a Pechino non trova ascolto: Hong Kong vuole andare per la sua strada, la Cina non vuole (e non può) accettarlo. Il rischio che tutto si traduca in un bagno di sangue è concreto: forse solo l’America può salvare Hong Kong.

L’Unione Europea continua a vivere nel magico mondo dell’irrilevanza. Continua a fare testo la domanda attribuita a Henry Kissinger: “Chi devo chiamare se voglio parlare con l’Europa?“. Peggio del Vecchio Continente fa soltanto lo Stivale.

Luigi Di Maio, campione di realismo, dopo essere stato smentito dai colpi di fucile in Libia – ricordate quando scrivevamo che la Conferenza di Berlino era stato un flop? Ricordate quando il ministro degli Esteri sosteneva che fosse possibile una soluzione non militare? Ecco, appunto – qualche mese fa ha cercato di non irritare gli amici cinesi (non sia mai che saltassero gli ordini delle arance siciliane a Pechino!) e ha dichiarato che “l’Italia non vuole interferire nelle questioni altrui“.

Qualcuno informi il ministro che la questione ci riguarda eccome. Non per altro: l’Italia è il primo Paese del G7 ad aver aderito alla “Nuova Via della Seta” cinese. E a Washington non l’hanno dimenticato. Un altro maggiorente grillino, il sempre rivoluzionario (sui social) Di Battista, crede che “la Cina vincerà la terza guerra mondiale senza sparare un colpo e l’Italia può mettere sul piatto delle contrattazioni europee tale relazione“.

Ecco, a parte i dubbi (fortissimi) sul fatto che la Cina davvero riesca a sostituire gli Stati Uniti come superpotenza egemone del Pianeta, Hong Kong insegna che con un regime non si può trattare. Lasciamo la Cina in Cina. E cerchiamo di ricordarci il nostro posto: saldamente in Occidente, convintamente pro-democrazia, sempre accanto a chi combatte per la libertà.

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