Trump attacca la Cina. Ma vuole censurare (o chiudere) i social, come la Cina

È molto curioso l’atteggiamento di Donald Trump nei confronti dei social network. Il presidente degli Stati Uniti – dopo che Twitter ha definito “potenzialmente fuorvianti” le sue affermazioni sul fatto che le votazioni per posta avrebbero portato a una diffusa frode degli elettori – ha minacciato di “regolamentare con forza” o addirittura “chiudere” i social network.

“State sintonizzati”, ha cinguettato Trump su Twitter, la piattaforma su cui trascorre diverse ore ogni giorno, lasciando intendere che a breve ci saranno delle novità. E per oggi, infatti, è attesa la firma di un ordine esecutivo che determinerà una stretta sui social media. Ora pensate cosa vorrebbe dire per gli Stati Uniti d’America, il Paese che nel primo emendamento della sua costituzione garantisce la libertà di parola e di stampa, se un presidente decidesse di spegnere la voce di milioni di americani che usano i social – a torto o a ragione – come un’estensione della propria vita.

Cosa pensereste? Riconoscereste l’America o pensereste di essere stati catapultati sull’altra sponda del Pacifico? Che so, magari in Cina? Sì, perché le minacce del presidente Trump – tali sono e come tali vanno raccontate – ricordano molto da vicino ciò che nel Paese del Dragone accade ormai da diverso tempo. La censura come modello di governo, come strumento di controllo, come ammortizzatore delle legittime (e per questo pericolose) critiche al potere. Ne abbiamo avuto una prova agli albori della crisi del coronavirus, quando le opinioni negative sulla gestione della pandemia nelle fasi iniziali da parte di Xi Jinping venivano prontamente rimosse dai social. Per effetto di uno strano paradosso, gli utenti dei social cinesi riuscirono ad aggirare gli stringenti controlli messi in atto sulla tutela del “buon nome” di Xi Jinping sostituendo il suo nome con quello di Trump.

Il 5 febbraio 2020, in piena epidemia, la Cyberspace Administration of China (CAC), l’agenzia governativa che regola il Web disse apertamente che i siti Web, le piattaforme e gli account responsabili di pubblicazione di contenuti “dannosi” e atti a diffondere paura sarebbero stati puniti.

Non c’è da meravigliarsi visto che in Cina, anche prima del coronavirus, le testate formalmente non dipendenti dal governo erano comunque costrette ad ottenere l’approvazione dei contenuti da proporre ai lettori. Alle autorità spetta sempre il controllo finale e in molti casi capita che venga imposta la cancellazione di un articolo senza che le testate possano opporsi. I blogger sono considerati dal regime delle mine vaganti, potenziali fautori di sedizione e malcontento nella popolazione, e per questo sottoposti a rigidi controlli.

Ora, se non fosse l’inquilino della Casa Bianca, il leader del cosiddetto “mondo libero”, la minaccia di chiudere i social da parte di Donald Trump, l’uomo che ogni giorno attacca verbalmente la Cina, che la individua a ragione come principale rivale per l’egemonia globale, strapperebbe un sorriso, susciterebbe un commento sull’incoerenza del personaggio e amen. Ma Donald Trump è l’inquilino della Casa Bianca, è il leader del cosiddetto “mondo libero”, è il punto di riferimento dell’Occidente, e la minaccia di chiudere i social non è uno scherzo.

Come ha detto Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook, “non mi sembra una giusta reazione da parte del governo censurare una piattaforma perché si è preoccupati della censura“.

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