“I had a dream”

Martin Luther King

Il 28 agosto 1963, davanti al Lincoln Memorial di Washington, Martin Luther King pronunciò il famoso discorso “I have a dream”.

Io ho un sogno“, disse il leader del movimento per i diritti civili degli afroamericani, “che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere. Ho davanti a me un sogno, oggi!“.

Dopo l’uccisione di George Floyd da parte della polizia di Minneapolis, a 57 anni da quel discorso, forse Martin Luther King pronuncerebbe altre parole. Probabilmente oggi direbbe: “I had a dream“. Io avevo un sogno.

Molti grandi discorsi, sono considerati tali per l’universalità delle parole che lo compongono. Perché sono validi oggi come lo erano ieri. Perché sono intrisi di valori e sentimenti che li rendono applicabili tanto al contesto presente quanto a quello per cui sono stati pensati. Questo vale anche per il discorso di Martin Luther King. E questa non è una buona notizia. Perché è il segno che il suo sogno non si è realizzato.

C’è una frase in particolare, tra le tante memorabili pronunciate da Martin Luther King quel giorno di molti anni fa a Washington, che mette i brividi alla luce dei recenti fatti di Minneapolis: “Ci sono quelli che chiedono a coloro che chiedono i diritti civili: “Quando vi riterrete soddisfatti?” Non saremo mai soddisfatti finché il nero sarà vittima degli indicibili orrori a cui viene sottoposto dalla polizia”.

Sarebbe ingiusto dire che da allora niente è cambiato per i diritti degli afroamericani. Sarebbe sbagliato pensare che i neri d’America non abbiano ottenuto delle conquiste un tempo impensabili. Ma la questione razziale negli Stati Uniti non è un chiodo fisso dei Democratici, non è la caccia alle streghe denunciata da tanti Repubblicani, Donald Trump compreso. La questione razziale esiste e incide ogni giorno sulle vite degli afroamericani.

Ne abbiamo avuto esempi quotidiani ben prima della morte di George Floyd. Quando credevamo che niente fosse più democratico di una pandemia, il coronavirus ci ha ricordato che il modo in cui la nostra società è costruita fa sì che determinate fasce di persone siano più esposte di altre alla malattia. Afroamericani ed ispanici sono colpiti più duramente dal contagio rispetto ai bianchi: perché a causa della loro povertà hanno più problemi di salute cronica non curati rispetto ai ricchi; perché svolgono lavori in prima linea, indispensabili al funzionamento di una comunità, per i quali non esiste “smart working” che tenga.

Le proteste che stanno mettendo a ferro e fuoco Minneapolis non sono la risposta al problema. Ma sono la reazione prevedibile ad un problema a cui la politica troppe volte ha deciso di non rispondere. Martin Luther King mise in guardia il suo popolo: “Cerchiamo di non soddisfare la nostra sete di libertà bevendo alla coppa dell’odio e del risentimento. Dovremo per sempre condurre la nostra lotta al piano alto della dignità e della disciplina. Non dovremo permettere che la nostra protesta creativa degeneri in violenza fisica. Dovremo continuamente elevarci alle maestose vette di chi risponde alla forza fisica con la forza dell’anima“.

Come disse Michelle Obama alcuni anni fa: “Il nostro motto è: quando gli altri volano basso, noi voliamo alto“.

Cinquantasette anni, e molte sofferenze dopo, le parole di Martin Luther King riecheggiano come un memento: “Il 1963 non è una fine, ma un inizio. E coloro che sperano che i neri abbiano bisogno di sfogare un poco le loro tensioni e poi se ne staranno appagati, avranno un rude risveglio, se il Paese riprenderà a funzionare come se niente fosse successo“.

Sì, il 1963 era un inizio.

Com’è lunga la strada verso il sogno.

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