Perché dobbiamo temere le rivolte in America

Per decenni guardare all’America ha significato gettare un occhio sul futuro. Non si trattava solamente del paio di jeans che avremmo indossato, del film che avrebbe poi sbancato il botteghino o dello smartphone con la mela morsicata che avremmo finito per acquistare. Guardare all’America voleva dire intuire il cambiamento che la nostra vita avrebbe sperimentato. Significava divinare con certezza le tendenze che la politica, la società in generale, avrebbero realizzato al massimo nel giro di qualche anno. Oggi, guardando i disordini che attraversano gli Stati Uniti in lungo e in largo, c’è da sperare che per una volta l’America non faccia testo. C’è da pregare che le proteste per la morte di George Floyd, degenerate in rivolte a causa di suprematisti bianchi e nazionalisti radicali, non contagino anche l’Europa.

C’è un’enorme differenza tra una protesta e una rivolta. Lo stesso campione dei diritti civili degli afroamericani, Martin Luther King Jr, ammetteva che le rivolte sono “la lingua degli inascoltati” ma allo stesso tempo sono “socialmente distruttive e autolesioniste“. Non sarà incendiando commissariati, distruggendo negozi, rovesciando auto, che i neri d’America otterranno l’uguaglianza che chiedono da secoli. Il punto è che l’uccisione di Goerge Floyd ad opera di un agente di polizia bianco non è stato il classico “incidente della storia”. Al contrario: è perfettamente in linea con la storia americana. Joe Biden, sfidante di Donald Trump alle prossime elezioni, ha parlato di una “ferita profonda perché viene dal peccato originale della nostra nazione“, in un riferimento alla schiavitù che non ha bisogno di essere spiegato.

Fino a quando i vertici della politica americana non decideranno di curare questa piaga, fino a quando si limiteranno a qualche impacco saltuario, a qualche medicazione sporadica, la ferita si allargherà, si infetterà, rischiando di estendersi al resto del corpo, minacciando la sopravvivenza stessa dell’intero organismo.

In Europa, in Italia, il problema del razzismo certamente esiste, ma ha un impatto meno lacerante sulla vita delle persone. Pensare però che basti questo a mettere al riparo le nostre comunità da rivolte sociali sarebbe un errore. I disordini che da Minneapolis si sono trasferiti in questi giorni nelle maggiori piazze d’America non sono più – o comunque non sono “solo” – proteste per la morte di George Floyd. Sono invece il sintomo di un disagio più profondo, la manifestazione di una malattia che trova terreno fertile in una società travolta da una pandemia. Una società con 40 milioni di nuovi disoccupati, in cui i più deboli sono ancora più deboli, i più ricchi sempre più garantiti, in cui il “sogno americano” è stato spogliato di ogni significato.

Questo è il virus che dobbiamo temere, guardando all’America. Un vaccino ci sarebbe già, ma non è così diffuso. Si chiama “Politica”.

Leggi anche: L’assurda fine di George Floyd

Leggi anche: Cos’avrebbe detto oggi Martin Luther King Jr

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.