Conte parla ancora al tempo futuro. Ma il problema è il presente

Giuseppe Conte

Credo che le critiche del presidente di Confindustria Bonomi nei confronti del governo siano tutto sommato corrette nel merito, ma profondamente sbagliate nel metodo. Dire che il virus economico farà molte vittime è un conto, dichiarare in un’intervista a Repubblica che “la politica dello struzzo alla lunga non paga e può fare peggio del Covid” è un attacco ingeneroso e irrispettoso della tragedia che questo Paese ha vissuto fino a poche settimane fa. Men che meno una sortita del genere può dirsi in linea col richiamo alla concordia nazionale auspicata dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, al più tardi 24 ore fa.

Non bisogna dunque sorprendersi se Giuseppe Conte, nella conferenza stampa dal cortile di Palazzo Chigi, abbia risposto in maniera piccata alle parole di Bonomi. “Devo desumere che Confindustria porterà progetti lungimiranti, che non si limiteranno solo alla riduzione“, ha detto il premier, suggerendo come di fatto da Confindustria siano arrivate fino ad oggi molte critiche e poche proposte nel merito.

Sul punto il presidente del Consiglio ha ragione, ma anche il telespettatore meno attento si sarà accorto che Conte in conferenza stampa ha declinato un’infinità di buone intenzioni che il generale de Gaulle avrebbe sarcasticamente bollato con l’espressione “vaste programme“. Nulla da dire sulla volontà di rilanciare le infrastrutture, di investire in formazione, digitalizzazione, industria. Lodevole il proposito di giudicare senza pregiudizi vicende spinose come il ricorso al Mes (quei 36 miliardi ci servono, eccome) o il Ponte sullo Stretto di Messina. Se non fosse per un dettaglio, che poi tanto dettaglio non è: siamo al 3 di giugno.

Le valutazioni, gli incontri con le parti sociali, le proposte di condivisione con le opposizioni, i piani di riforma, è normale abbiano subito un rallentamento durante l’emergenza più grave dal dopoguerra ad oggi. Sarebbe stato sorprendente il contrario. Ma la sensazione è che il governo e il suo premier siano ancora nella fase embrionale di progettazione, il timore – vero, non strumentale – è che a Palazzo Chigi siano più portati a rimarcare il “rinnovato entusiasmo per la socialità ritrovata“, che a cogliere la sofferenza di milioni di italiani che hanno un problema oggi, non domani, tra 6 mesi o 3 anni.

Quegli stessi italiani che rischiano di finire tra le braccia dei populisti Salvini e Meloni. O, peggio, tra quelle del complottista Pappalardo. Si può parlare di futuro, è obbligatorio farlo: ma è necessario sincronizzarsi col tempo presente. Illustrando azioni concrete, studiando politiche tempestive, lasciando da parte polemiche e divisioni che si rivelano una zavorra che non possiamo più permetterci.

Qualcuno con poca fantasia, forse, avrebbe oggi ripescato un titolo tanto celebre quanto infausto: “Fate presto“.

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