Il Porto Profumato puzza di Tienanmen

Per tutto il mondo è e resterà il “Rivoltoso Sconosciuto”. Quasi un nome da supereroe dei fumetti. Ma in realtà oggi nessuno sa dire che fine abbia fatto il giovane che il 5 giugno 1989 sfidò – e vinse – col suo solo corpo la fila di carri armati cinesi all’indomani del massacro in Piazza Tienanmen. Qualcuno sostiene che sia stato giustiziato da un plotone d’esecuzione poco dopo aver imbarazzato il regime davanti al mondo attonito; altri raccontano sia stato tenuto prigioniero per anni, salvo essere internato in un reparto psichiatrico senza apparente motivo. Per alcuni, infine, il giovane oggi diventato uomo si troverebbe a Taiwan. Paradosso della storia: là dove, presto o tardi, si deciderà il destino del regime cinese che il ribelle ha osteggiato, nel luogo che dirà se davvero la Cina riuscirà a diventare Numero Uno, sostituendo gli Usa come egemone del Pianeta.

Ma se oggi qualcuno volesse incontrare gli eredi morali del “Rivoltoso Sconosciuto” è a Hong Kong che dovrebbe cercare. Dove migliaia di giovani, molti neanche maggiorenni, sperimentano sulla loro pelle cosa voglia dire essere nati nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Hong Kong, dal cinese “Porto Profumato”, ad oggi puzza maledettamente di Piazza Tienanmen.

Oggi come allora la parola d’ordine del regime è repressione. Ma rispetto ad allora questa avviene in maniera più accorta: perché Pechino ha compreso nel tempo che la potenza si esprime anche attraverso l’altrui consenso. Difficile governare un popolo che rifiuta di esserti suddito. Così è avvenuto per anni in patria: dove il patto sociale tra il Partito Comunista e il popolo si è fondato sul benessere diffuso, sulla corsa sfrenata di un’economia drogata. Solo per questo l’intervento dell’esercito a Hong Kong è ipotesi ancora lontana: ultima opzione qualora la situazione precipitasse, cartuccia che sarebbe meglio non sparare per evitare di farsi ri-conoscere agli occhi del mondo intero.

A quel punto neanche le mascherine in regalo basterebbero a ripulire l’immagine di Pechino agli occhi degli occidentali, forse nemmeno degli europei, ingenuamente convinti che essere nella sfera d’influenza americana o cinese sia discussione da salotto, dettaglio marginale. Sperino di non trovarsi mai a verificare l’assurdità di tale pensiero. Si augurino di continuare a dare per scontata la loro libertà. Non come gli hongkonghesi, coinvolti in una battaglia così sproporzionata per le loro forze dal non sapere neanche individuare il preciso punto d’approdo delle loro proteste.

D’altronde perché scendono in piazza i giovani del Porto Profumato? Perché venga ritirata la legge sull’estradizione in Cina? Obiettivo raggiunto. Per protestare contro i metodi della polizia del posto? Basterebbe restare in casa. Per ottenere il suffragio universale? Per l’allungamento oltre il 2047 dello status “un Paese, due sistemi” che ne ha garantito fino ad oggi sufficiente autonomia? O si illudono addirittura che a Pechino possano anche solo per un attimo prendere in considerazione l’idea di concedergli l’indipendenza?

Quando la “legge sulla sicurezza” – questione di tempo – sarà approvata dal parlamento cinese, i democratici di Hong Kong saranno trattati come terroristi, pericolosi sovversivi da arrestare per preservare la stabilità. Ad un certo punto, dunque, si protesterà per rivendicare il diritto alla protesta.

Chissà che ne penserebbe il Rivoltoso Sconosciuto. Certo non arretrerebbe di un passo.

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