Ciao, Libia

Serraj ed Erdogan

Ricordate quando Di Maio disse che per la Libia non c’era una soluzione militare? Ecco, poi in Libia è arrivato Erdogan, ha deciso di spostare le milizie turche a sostegno di Fayez al Serraj e ha ribaltato a suo favore uno stallo che durava da oltre un anno, mettendo in grave crisi Haftar e i suoi sponsor esteri. Il suo ingresso a Tripoli è avvenuto in maniera trionfale, il generale della Cirenaica è stato costretto alla ritirata e adesso la coppia Erdogan-Serraj si concede persino il lusso di rifiutare la tregua proposta dall’Egitto: possono avere (quasi) tutto, perché fermarsi?

Bene, potrebbe dire qualcuno, la Turchia ha fatto il lavoro sporco e noi ne approfittiamo. D’altronde siamo da sempre dalla parte di Serraj, giusto? No, purtroppo le cose non funzionano così. L’Italia in questi anni non ha mai avuto una chiara strategia in Libia. Ad ogni capovolgimento di fronte abbiamo tentato di riposizionarci. Quando Serraj era il capo del governo riconosciuto dall’ONU – non che poi questo conti qualcosa quando si va in guerra – ci siamo appuntati sul petto la medaglia di coloro che rispettano le massime istituzioni internazionali. Poi però è arrivato Haftar, e con Russia, Egitto, sotto sotto anche Francia, a sostenerlo, abbiamo pensato di essere particolarmente geniali nel pensare di cavalcare due cavalli. Non sia mai Serraj avesse perso.

Nel tentativo di perseguire la nostra “strategia” siamo caduti in errori da principianti. Come quando Conte, alla disperata ricerca di un ruolo per l’Italia – d’altronde Di Maio agli Esteri non è d’aiuto – inciampò in una gaffe che potrebbe apparire di etichetta, ma è di sostanza diplomatica, politica. Nello stesso giorno il premier incontrò a Roma (a sorpresa) il generale Haftar e poi si mise in attesa di Serraj. Alt, quest’ultimo il protocollo lo conosceva e colse lo sgarbo: prima si riceve il capo di un governo riconosciuto, poi, semmai, un leader di una fazione che sta portando un assedio da mesi ad un esecutivo legittimato dall’Onu. Risultato: saluti Italia, vado tra le braccia di Erdogan che almeno oltre alle parole fa anche (bellicosi) fatti.

Dopo tanto lavorio diplomatico, comunque, per un po’ abbiamo continuato ad illuderci che quei due cavalli potessero ancora trottare insieme. Come in un numero da circo, noi che acrobati lo siamo di mestiere, ci immaginavamo straordinari equilibristi, un piede per ogni cavallo: non cadremo mai. Ci abbiamo creduto così tanto che dopo la Conferenza di Berlino abbiamo esultato, diffuso comunicati in cui esprimevamo soddisfazione, abbiamo parlato di svolta e ritrovata centralità italiana. E dire che non serviva uno stratega di fama mondiale per denunciare il fallimento di quella riunione, come questo blog ha fatto nelle ore immediatamente successive alla sua conclusione.

Insomma delle due l’una: Sarraj o Haftar. Haftar o Sarraj. Ma noi no, non ci siamo arresi all’evidenza e ancora oggi qualcuno è convinto che dopo essere rimasti a guardare possa esserci spazio per l’Italia in Libia. La quarta sponda del Mediterraneo è perduta, la nostra influenza nell’area un ricordo. Non ci resta che tentare di limitare i danni. Magari accettando l’offerta di aiuto di Serraj, che pochi giorni fa ha telefonato a Conte chiedendo che i nostri soldati rimuovano le mine piazzate dalle milizie di Haftar a sud di Tripoli. Sarebbe quanto meno un modo per non abbandonare del tutto la regione. D’altronde, se qualcuno lo avesse dimenticato, in Libia ci sono 300 ragazzi del nostro esercito a difesa dell’ospedale militare di Misurata. Così come in Libia è sempre presente Eni: gas, petrolio, idrocarburi.

In gioco c’è l’interesse nazionale. O almeno c’era. Sì, perché non è detto che un giorno a fare i “nostri” interessi voglia essere qualcun altro. Magari un Sultano di nome Erdogan, da cui ora ci separano poche miglia nautiche. Non uno scenario rassicurante, vero? Ciao, Libia.

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