Anch’io sono stato un uomo

Anch’io sono stato un uomo, amico mio. Anche se oggi sembro un bambino, se i miei muscoli lacerati non riescono a scendere pochi scalini di questa nave in mezzo al mare.

Guarda i miei polsi, per saggiare la distanza tra la mia vita e la tua. Cerca in fondo ai miei occhi: vi troverai resa e terrore, coraggio e speranza.

Sono stanco di sognare la tua terra, scialuppa di salvataggio dalla mia povertà. Sotto il sole di luglio ho sfidato la morte, mancandola per poche onde. Naufrago tratto in salvo, sono sprofondato in un nuovo incubo.

Reietto, rifiuto umano, scarto da giocare in una partita fra governi vigliacchi.

Eppure era alla tua stirpe che pensavo prima di addormentarmi nelle notti dell’inverno africano. Prima di vendere tutti i miei averi, di prenotare un posto sul gommone, era alla “civiltà” di cui tutti parlano che avevo affidato il mio futuro.

Illuso, ingenuo, disperato. Sognavo l’Italia. Ma a raccogliermi è stata la Talia. Nave mercantile che di norma trasporta animali. Bestie. Maiali, cammelli, buoi. Carne da macello, come noi.

Eppure a cullarmi, a tenermi in piedi, quando i miei occhi vorrebbero chiudersi, a darmi da mangiare quando non ne avrei la forza, è oggi un giovane uomo bianco. Mi cura come fossi suo fratello, si occupa di me.

Per come può. Finché potrà.

Sperando che qualcuno invii presto un segnale radio, che arrivi un ordine dall’alto. Che qualcuno gridi “Terra!”.

Per ridarmi vita. Per ricordarmi che anch’io sono un uomo. Lo sono stato.

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