L’Inferno in Libano c’è da tempo. Il mondo lo scopre ora che ne vede le fiamme

Beirut, Libano, 4 agosto (AP Photo/Hussein Malla/LaPresse)

Dubito che l’esplosione di Beirut sia frutto di un “semplice” incidente. E se anche la deflagrazione fosse stata “accidentale” è innegabile che vi siano delle responsabilità politiche. Un carico di nitrato di ammonio di oltre 2.700 tonnellate non può essere conservato nell’hangar di un porto, a pochi passi dal centro cittadino. Anche fosse incuria, pure fosse assurda incoscienza, è poi difficile ignorare che lo scoppio sia avvenuto a pochi giorni dalla pubblicazione della sentenza del Tribunale speciale per il Libano sull’omicidio dell’ex premier Rafiq Hariri, che vede imputati quattro esponenti di Hezbollah, il “partito di Dio”. Forse non una coincidenza.

In ogni caso il riverbero dell’esplosione investirà i già fragilissimi equilibri locali e geopolitici del Paese dei cedri.

Nel Libano delle convivenza tra diverse confessioni religiose elevata a sistema, nella giovane nazione storicamente spremuta da attori locali, clan e potenze straniere, l’Inferno aveva fatto la sua comparsa da tempo. Ben prima che il mondo se ne accorgesse a causa delle fiamme sortite dall’esplosione.

Dire che la nazione sia al collasso non rende bene l’idea. La svalutazione per circa il 75% della lira libanese ha ridotto il potere di acquisto delle famiglie del posto. Abituate a soffrire, a sacrificarsi in attesa di un domani migliore che solo la fede lascia intravedere, la gente ha stretto la cinghia. Lo ha fatto mangiando riso e cetrioli due volte al giorno per settimane, lo ha fatto nella consapevolezza che neanche una sollevazione popolare rovescerebbe il destino di uno Stato fallito.

Lo stesso Fondo Monetario Internazionale ha rinunciato a trattare con il Libano: le classi dirigenti locali, inizialmente restie a chiedere aiuto all’istituzione sovranazionale, hanno infine accettato pensando di poter fare la cresta sui finanziamenti. Quando l’Fmi ha compreso che da Beirut non era possibile ottenere neanche una risposta realistica sulle perdite economiche registrate dalla bilancia dello Stato negli ultimi anni, ha deciso che non era il caso di aprire i propri forzieri.

Dunque chi pensa oggi al Libano? Di certo non lo Stato, visto che semplicemente non esiste. Parvenza di apparato, esercito spogliato di ogni tipo di controllo sul territorio, non c’è Libano senza Hezbollah. Il “partito di Dio” ha conquistato col sangue dei suoi giovani, istruiti alle armi dall’Iran e sua quinta colonna in Libano, il favore di un popolo che nel sentimento anti-israeliano trova il suo collante più potente. Poi lo ha consolidato, alternando al braccio militare l’attività di un partito che ha costruito una rete di welfare, di assistenza nei confronti delle popolazioni sciite, fatta di scuole, università e ospedali che sono allo stesso tempo la causa e l’effetto del suo potere in Libano.

Sul ruolo di Hezbollah si potrebbe dire molto. E lo si dirà nei prossimi giorni. Quando l’afflato umanitario globale lascerà spazio alla ricerca dei responsabili, il difficile sarà riconoscere le ricostruzioni strumentali da quelle fondate su elementi di realtà. In un simile contesto non è escluso che potenze di rango scelgano di giocarsi ciò che è rimasto del Libano per smuovere le carte in Medio Oriente, per estendere la propria influenza. Sviluppi oggi solo apparentemente lontani pronti ad esplodere nella polveriera libanese.

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