Due punture per tornare Russia

Non è improbabile che il vaccino russo si riveli in ultima istanza efficace quanto quelli messi a punto prossimamente da americani, inglesi e cinesi. Al netto dei legittimi dubbi dell’intera comunità scientifica sull’accelerazione impressa da Mosca, delle resistenze ideologiche che ci portano a bollare come “fake” più o meno qualsiasi cosa porti impresso il marchio di Vladimir Putin, sarà bene dirci sommessamente che nei laboratori dall’Istituto di ricerca Gamaleya non si è di certo prodotta una soluzione a base di vodka iniettabile intramuscolo, come qualcuno sta strumentalmente tentando di far passare.

La tecnica utilizzata dagli scienziati russi sfrutta l’adenovirus, al pari di quanto fatto ad Oxford o in Cina. Così come altri candidati al vaccino, Sputnik V ha dato risultati soddisfacenti in termini di immunità nelle prime due fasi di test; risultati che saranno condivisi entro la fine del mese. Nessuno dei soggetti vaccinati è andato incontro a complicazioni particolari, tutti hanno sviluppato anticorpi tali da garantire una protezione dal virus per un periodo di due anni, dicono gli esperti. La grande incognita è anche la grande scommessa russa: dare per certo che ciò che ha funzionato su poche decine di volontari funzionerà anche su altre migliaia, e poi milioni, se non addirittura miliardi di persone.

“Cutting corners”, dicono gli americani. Tagliare le curve. Prendere delle scorciatoie. Questo è ciò che Mosca ha deciso per assicurarsi la pietra filosofale nel mondo pandemico. Azzardo geopolitico da non fallire. Per comprendere i benefici che un successo scientifico di tale portata assicurerebbe alla Russia basta ricordare il sentimento che milioni di italiani hanno provato nel vedere sbarcare a Ciampino medici cinesi in pieno picco pandemico. Salvo accorgersi che i pur lodevoli dottori di Pechino portavano conoscenze ma non la cura, che molte mascherine erano difettose e tarlate, gli aiuti non spontanei ma retribuiti. Mosca intende altro: porre fine alla questione, tornare al mondo pre-Covid per dedicarsi a se stessa. Prova a farlo con le sue forze: per beneficiare di entrate economiche potenzialmente miliardarie, per estendere influenza, soft power che di soft avrebbe solo la definizione.

Per riuscirvi non può permettersi di aspettare i tempi canonici: altrimenti sarebbe sconfitta in partenza. Per questo Fauci ha ragione nel dire che diversi centri americani potrebbero registrare a loro volta un vaccino nel giro di pochi giorni, se solo volessero seguire il metodo russo: ignorare la fase 3 dei test. Ma a parlare è in questo caso il medico, lo scienziato, non uno Stato in lizza permanente se non per il primato quanto meno per il podio.

Decisa a riscattare l’offensiva definizione di “potenza regionale” affibbiatale da Obama, la Russia tenta di richiamare i fasti della Guerra Fredda, quanto meno in termini di percezione di sé. Basta leggere i commenti alla notizia del vaccino sui siti russi per comprendere di cosa si nutra il popolo russo: orgoglio, gloria, diffidenza verso l’altrui diffidenza. La mossa di Putin è già vincente in patria. I dividendi politici di un annuncio simile sono immediati, molto più evidenti di un eventuale fallimento medico.

Il resto del mondo osserva sconcertato. Terrorizzato che la mossa russa significhi un “liberi tutti” sulla precauzione che ha finora fatto da sottofondo alla giustificabile voglia di fare presto. In parte tentato dal fare lo stesso. Come Trump, frenato da mesi dagli esperti, ma intimamente invidioso del sistema putiniano, a maggior ragione dopo la svolta di Sputnik V. Forse persino voglioso di seguire l’istinto del “dealer” che abita in lui, desideroso di chiamare il Cremlino e chiedere se quel vaccino è per caso in vendita anche per gli Usa. Per somministrarlo a milioni di americani, necessariamente entro il primo martedì di novembre.

Due punture. Una a distanza di 21 giorni dall’altra. Questo prevede il vaccino di Mosca. Lasso di tempo minuscolo se paragonato alla storia dell’Orso russo, deciso ad uscire definitivamente dal letargo, a tornare centrale nella mappa del mondo. Costi quel che costi. Questione di vita o di morte.

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