Che fine ha fatto l’incontro tra Conte e l’opposizione?

Se governo e opposizione non si parlano, di chi è la colpa? Quesito al quale oggi è difficile rispondere se non con un’altra domanda: è nato prima l’uovo o la gallina? Sì, perché al di là delle legittime partigianerie degli elettori, delle visioni distorte dalla fede politica, non è facile dire dove inizino le responsabilità dell’uno e le colpe dell’altro.

L’ultimo incontro ufficiale tra Conte e i leader dei partiti d’opposizione risale al 1° aprile. Forse già da questo indizio avremmo dovuto intuire che il dialogo e i propositi di leale collaborazione erano tutto uno scherzo.

In piena pandemia, non senza scintille, Salvini, Meloni e Tajani si erano recati a Palazzo Chigi, e insieme al premier si erano ripromessi di incontrarsi con un “ritmo più serrato”. Dal momento che a quel vertice non ne sono seguiti altri, è evidente che qualcosa sia andato storto.

A mettersi di traverso sono state le circostanze, ma soprattutto i caratteri dei leader. Se Conte ha abusato di “grandeur” nella scelta di Villa Pamphilj come sede – anzi, “location” per dirla alla sua maniera – degli Stati Generali dell’Economia, lo è pure che gli assenti hanno sempre torto. Piuttosto che fare gli schizzinosi e chiedere di essere invitati a Palazzo Chigi, dunque, i leader del centrodestra avrebbero fatto bene a presenziare e a dimostrare che oltre alla protesta sono in grado di esprimere anche qualche proposta. A maggior ragione se è vero – e a distanza di mesi possiamo dirlo con certezza – che gli Stati Generali si sono rivelati ciò che molti temevano: una passerella per Conte e una perdita di tempo per il Paese.

Era il mese di giugno, anche se sembra trascorso un secolo. Ma in soli due mesi il solco tra governo e opposizione è diventato sempre più profondo e difficile da colmare. Tutto è iniziato con qualche battuta anche abbastanza simpatica, come quella pronunciata da Conte in una conferenza stampa a Madrid – perché se non ci facciamo vedere divisi all’estero non siamo contenti – col premier che paragona l’indecisione dell’opposizione a quella di Ecce Bombo: “Mi si nota di più se lo facciamo a Chigi o a Villa Pamphili, se lo facciamo istituzionale o meno istituzionale?“.

Ridendo e scherzando si arriva a luglio. E in questo caso è la suscettibilità di Salvini a far saltare tutto. Palazzo Chigi si muove, invita l’opposizione ma urta la sensibilità del Capitano dando la precedenza a Giorgia Meloni nella scaletta delle telefonate. Risultato, Salvini si tira indietro: “Incontro con Conte? Domani non vado”. Voci di corridoio si preoccupano di precisare che l’incontro slitterà al massimo di una settimana, prima del vertice europeo sul Recovery Fund. Bene, benissimo: giusto in tempo per concertare una posizione univoca dell’Italia, per lanciare il messaggio all’Europa che il Presidente del Consiglio ha tutto il sostegno del Parlamento. Invece? Invece no, l’incontro non s’ha da fare.

Siamo ad agosto: Salvini arriva a dire che “Giuseppe Conte andrebbe arrestato” per la gestione delle zone rosse in Lombardia. Vette di uno scontro che più che politico è ormai diventato umano, personale. Se non fosse per un unico dettaglio: quella vagonata di soldi del Recovery Fund verrà sbloccata in un arco di tempo più lungo di questa legislatura. Ergo, serve il massimo della condivisione perché non è detto che il governo di oggi sia al timone anche domani, e di buttare altri denari dalla finestra proprio non possiamo permettercelo. Per questo, oggi, dobbiamo domandarci che fine abbia fatto l’incontro tra governo e opposizione. E magari pretendere una risposta. Sperando che a settembre le parti in causa si decidano, se vogliono a denti stretti e turandosi il naso, a fare un passo l’una verso l’altra. Possibilmente senza attendere la prossima emergenza.

Perché in fondo non importa se sia nato prima l’uovo o la gallina.

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