Tramonta Shinzo Abe, non il Sol Levante

Shinzo Abe, sullo sfondo la bandiera del Giappone

Ciò che alle nostre latitudini verrebbe descritto come un terremoto, è per il Giappone un sasso lanciato in uno stagno. Così le dimissioni di Shinzo Abe da premier per motivi di salute non muteranno il destino del Sol Levante.

Il Giappone è sopravvissuto a due bombe atomiche. Non ne abbiamo fortunatamente la riprova: ma è difficile immaginare che un’altra nazione avrebbe saputo rialzarsi con velocità lontanamente simile a quella nipponica. Terza economia del globo, scalzata di recente soltanto dall’ascesa cinese, la storia del Giappone è densa di sconvolgimenti vissuti senza battere ciglio. Lo stesso sarà per il suo futuro: con o senza Abe.

Merito di uno Stato di primo livello, concepito come soggetto cui riservare assoluta fedeltà. I funzionari che costituiscono i cosiddetti “apparati” vivono in una dimensione lavorativa di fatto “clanica”. Ossessionati dagli esami di Stato fin dalle scuole elementari, snodo cruciale nel percorso istruttivo, decine di migliaia di candidati si contendono le poche decine di posti a disposizione nella macchina statale. Massima ambizione, ben più dell’arricchimento personale: non è un caso che il successo nel settore privato venga considerato una diminutio rispetto alla carriera nel mondo della burocrazia.

Lavorando a stretto gomito fin dalle scuole, inseriti negli apparati sotto forma di gruppi e non a livello individuale, i funzionari sanno che con i loro colleghi condivideranno soddisfazione e gocce di sudore per gli anni a venire. Per questo motivo sono portati a proteggere lo Stato profondo (non è una parolaccia) da ogni influenza esterna: il fine ultimo è il perseguimento dell’interesse nazionale, spogliato di ogni dogmatica ideologia. Caratteristiche che fanno del Giappone uno Stato funzionale al raggiungimento dei suoi scopi, scarsamente dipendente dalla politica.

Ne deriva che il Giappone saprà resistere anche all’addio del suo primo ministro più longevo. Onestamente sfortunato, ad Abe il fato non ha concesso neanche la passerella delle Olimpiadi di Tokyo. Trattasi ormai di conclamata maledizione a cinque cerchi: nel 1940 fu la guerra sino-giapponese a far saltare i Giochi nella capitale giapponese. Ottant’anni più tardi a scombinare i piani è stato un nemico invisibile: qualche maligno potrebbe aggiungere di uguale provenienza.

Proprio le Olimpiadi avrebbero potuto (e dovuto) rappresentare uno dei frutti più maturi dell’ormai celeberrima Abenomics, l’incompiuta strategia economica che tra le sue “tre frecce” annovera anche un imponente programma di spesa pubblica per ammodernare le infrastrutture del Paese.

Chiunque sia l’erede di Shinzo Abe non muterà la traiettoria del Giappone. Ossessionato dall’intraprendenza cinese, preoccupato dalla Corea del Nord ascesa al grado di potenza nucleare, traumatizzato dalla volatilità americana in ambito difensivo, Tokyo ha da tempo ricominciato a pensare sé stessa in termini geopolitici. Ne è la prova l’ormai palese tendenza al riarmo, addirittura in proiezione offensiva – in opposizione alla sua stessa Costituzione pacifista – come conclamato soltanto poche settimane fa dall’approvazione di una proposta di legge che potrebbe portare il Paese a dotarsi di capacità missilistiche d’attacco e sulla quale il governo sarà chiamato ad esprimersi entro la fine dell’anno.

Cambio di paradigma impensabile fino a poco tempo fa. Prodromo di uno sconvolgimento ineludibile.

Dotato di un popolo tra i più capaci al mondo, sostenuto dalla fede incrollabile nella propria superiorità sulle altre genti del globo, certo delle origini divine del proprio imperatore, il Giappone farà la sua strada. Tramonta Shinzo Abe, non il Sol Levante.

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