Il Pd non capisce Bonaccini perché è “clinicamente morto”

Stefano Bonaccini

Quando, mesi fa, l’Emilia-Romagna era diventata una sorta di linea del Piave della sinistra – ma forse neanche solo della sinistra: diciamo della politica opposta al populismo, se è vero che tanti moderati di centrodestra preferirono optare per il voto disgiunto penalizzando la leghista Borgonzoni – qualcuno attribuì la sconfitta di Salvini all’ascesa delle Sardine. Sbagliando.

Nessuno nega che il movimento di Santori abbia giocato un ruolo importante in quella campagna, mobilitando un elettorato che sembrava avere smarrito l’attrazione nei confronti delle piazze piene, il gusto della partecipazione popolare, la speranza nel cambiamento. Ma a determinare la vittoria del centrosinistra in Emilia-Romagna furono soprattutto due elementi: la paura della vittoria di Salvini e il fattore Bonaccini.

Il governatore che ha ben governato si vede quasi sempre riconosciuto il proprio lavoro (e valore) a livello locale. Per quanto l’opinione pubblica sia sempre più disinteressata alla politica, manifestando ogni volta che ne ha l’occasione il proprio disgusto nei confronti della stessa, quando si tratta di valutare l’azione di governo svolta in un contesto di prossimità, dal Comune alla Regione mantiene, nella maggioranza dei casi, l’insospettabile capacità di riconoscere e premiare chi ha ben operato.

Questo è stato il caso di Bonaccini in Emilia-Romagna, ed è il motivo sul quale basare la nuova autorevolezza con cui il governatore ha preso a parlare negli ultimi mesi delle cose nazionali. Bonaccini ha sconfitto il nemico sul terreno di battaglia, scongiurato lo scalpo, respinto l’assalto alla fortezza, e per questo sente di poter indicare la rotta per ripetere l’impresa da lui realizzata.

Questo atteggiamento può sortire irritazione nell’attuale classe dirigente del Pd: c’è da comprenderli, Bonaccini sembra proporre una ricetta diversa rispetto a quella del suicidio politico, crede che ci sia un’alternativa prima di dichiarare il partito “clinicamente morto“.

Che Bonaccini dica alla Festa dell’Unità che il Pd non può accontentarsi del 20-22% perché altrimenti perderà le prossime elezioni politiche, non solo è condivisibile da un punto di vista numerico (la matematica non è un’opinione, ma forse lo diventa al Nazareno) ma anche da quello delle ambizioni di un partito che dovrebbe – ripetiamo, dovrebbe – avere la vocazione maggioritaria nel Dna.

E ancora: che Bonaccini dica che fosse per lui Renzi e Bersani potrebbero rientrare nel Pd ma che gli interessa soprattutto recuperare i milioni di voti andati via con loro, è indicativo non solo della lungimiranza del governatore (sa che è inutile alzare le barricate, visto che alle prossime Politiche si finirà per correre tutti insieme appassionatamente), ma anche dell’ambizione di ritagliarsi un ruolo di federatore delle diverse anime del centrosinistra.

Certo, anche Bonaccini cede alla tentazione di strizzare l’occhio alle sirene populiste del Sì al referendum: ma almeno fa politica, prende posizione. E quando dichiara che “non possiamo pensare di passare i prossimi anni in una situazione di un partito e di una coalizione che vive di ‘anti’“, ogni parola, ogni consonante, ogni vocale del suo pensiero stride con una realtà che vede oggi il Pd alleato del MoVimento dell’anti-politica per eccellenza.

Ci sono evidenti contraddizioni da risolvere, macroscopiche sviste rispetto alla realtà contingente, ma Bonaccini può sperare che a mandare le pedine a dama al suo posto sia il tempo. Certo è impossibile non notare un salto di qualità rispetto alla segreteria Zingaretti, l’intenzione di costruire qualcosa che vada oltre la semplice sopravvivenza.

Bonaccini dice che di prendere la guida del Pd non gliene frega niente. E’ possibile che sia il Pd, nelle prossime settimane, ad interessarsi per lui.

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