Nel giorno di San Matteo la strana disfatta dei due Matteo

Salvini e Renzi in Senato

Sembra una vita fa. Ma quando, nell’ottobre 2019, Matteo Salvini e Matteo Renzi da Bruno Vespa diedero vita ad un duello televisivo pirotecnico, la sensazione che fosse quello il primo atto di una sfida destinata a segnare gli anni a venire della politica italiana era marcata. Scrissi, mentre osservatori ed esperti cercavano di individuare chi dei due l’avesse spuntata ai punti, “Vince Matteo“.

Entrambi avevano raggiunto l’obiettivo prefissato: parlare ai rispettivi elettorati, accreditarsi come altrui alternativa, rivali pronti a costituire un nuovo bipolarismo basato sulle rispettive figure.

Era un anno fa. Un mondo fa.

Per comprendere cosa sia cambiato bisognerebbe ripercorrere la tratta che ha sconvolto le nostre vite, indagare nei mesi che hanno modificato priorità e convincimenti delle nostre esistenze.

Il virus che ha sospeso la Politica, che ha fatto trionfare la narrazione dell’emergenza, ha emarginato la retorica della rabbia e quella del futuro.

A Salvini non basta più agitare lo spettro dei migranti sui barconi: adesso il pericolo è ovunque, nelle strade, nelle case, ha le fattezze di un caro che caro potrebbe costarti. E Renzi fatica a tornare quello della prima versione. Conosce la politica, le sue sfumature, ma ha perso il fascino della novità. Reinventandosi ha indossato i panni del tattico, ma ha finito per apparire stratega della sua carriera.

Salvini e Renzi sono quanto di più diverso possa esserci sulla scena. Si danno il rispetto che si deve al rivale, la dose che basta a legittimare il proprio successo venturo sull’altro. Ma entrambi sono vittime della stessa narrazione, delle aspettative che hanno a torto o a ragione suscitato intorno a loro.

Salvini, ad esempio, ha aritmeticamente ragione quando augura a sé stesso di perdere ogni anno come ieri: guadagnando in consiglieri regionali ad ogni sconfitta. Ciò che non dice – e sa – è che dopo aver ventilato lo scalpo della rossa Toscana, l’unico scalpo è il suo. Quel che teme – e non dice – è d’essersi a sua volta ammalato della sindrome dell’amica Le Pen, che a livello locale ogni tanto esulta, ma che la Francia respinge come pericolo democratico ogni volta che si paventa all’orizzonte il momento di una scelta di campo.

Renzi, invece, mente sapendo di farlo quando parla di “inizio strepitoso” per la sua Italia Viva. Eppure non ha altra scelta che questa: per non alimentare la depressione tra i suoi, per non sprofondare in una terribile irrilevanza. Ma se l’ex amatissimo sindaco di Firenze, nella madre di tutte le battaglie, finisce in Toscana sotto il 4,5%, è lecito domandarsi che fine abbia fatto il tocco magico dell’uomo che portò il Pd al 40% alle Europee di 6 anni fa. Non sedici, solo sei. E paradosso vuole che nell’intollerabile raffronto col “ieri” vi sia un segno di considerazione che Renzi dovrebbe tenersi stretto, aggrappandosi ad esso, se necessario.

I due Matteo hanno avuto tra le mani il consenso degli italiani, lo hanno fisicamente percepito, tastato. Salvini, a dire il vero, crede di averne ancora un certo sfumato sentore. Entrambi sanno però di aver vissuto i loro giorni politicamente migliori. Il vento soffia in una certa maniera soltanto una volta sola. Ma nessuno come loro ha imparato che la brezza può cambiare direzione d’un tratto, senza apparente motivo. In un senso o nell’altro.

Lo hanno intuito, una volta di più, nel loro giorno, il giorno di San Matteo, nelle ore dello spoglio che ha determinato la loro – chissà poi quanto vera – strana disfatta.


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