Ancora tu, ma non dovevamo vederci più?

Giuseppe Conte

Che si sia entrati in una nuova fase è chiaro ormai da giorni, cioè da quando la drastica impennata dei contagi ha spazzato via l’illusione che, avendo pagato un conto salatissimo nella prima ondata, l’Italia avesse potuto meritarsi una sorta di impenetrabile scudo contro sofferenze di ritorno. A certificare però che il clima è definitivamente cambiato sarà questa sera la conferenza stampa del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, chiamato ad illustrare i dettagli del Dpcm che, nelle speranze del governo, dovrebbe portare nel giro di alcune settimane a frenare il ritmo dei ricoveri.

Le lancette dell’orologio tornano dunque alla scorsa primavera, a quando le dirette tv del premier rosicchiavano di volta in volta nuovi spazi alle nostre vite, disegnando confini sempre più stretti, tanto intollerabili quanto necessari.

Prepariamoci allora a compulsare freneticamente la pagina Facebook del premier, a dare voce nella stanza accanto per dire che è stato avviato il segnale da Palazzo Chigi, a prendercela con Rocco Casalino per la mancata puntualità della diretta, a stimare l’innata capacità di Enrico Mentana di intrattenerci per interminabili minuti parlando di tutto e di niente, neanche fosse un alunno impreparato e noi i professori da irretire con fiumi di parole.

Tutto come prima, dunque? Non proprio, perché da marzo ad oggi sono trascorsi addirittura sette mesi. Sette mesi nei quali avremmo dovuto accumulare conoscenze e competenze tali da escludere un drammatico ritorno al passato. Così, almeno c’era stato detto. A differenza di quanto accade con le promesse dei politici in campagna elettorale, dimenticate poche settimane dopo il voto e per questo facili da eludere, in questo caso troppo forte è stato il trauma subito da milioni di italiani per non ricordare che il governo aveva assicurato che all’appuntamento con la seconda ondata ci saremmo fatti trovare pronti.

E lo stesso presidente Conte deve esserne consapevole, se è vero che dai retroscena viene descritto come interprete di una linea meno prudente del passato, al punto che un paio di giorni fa, intervistato a Genova, sottolineava che “il lockdown viene usato da chi non ha i mezzi“.

Un modo per affermare che la prima linea di difesa, stavolta, è robusta. Nella speranza, però, che non si ripeta quanto verificatosi il 31 gennaio, non del secolo scorso, ma del 2020, quando in seguito alla scoperta dei primi due casi di coronavirus in Italia il premier assicurò che “la situazione è sotto controllo“.

Di nuovo: le assonanze tra ieri e oggi non mancano, ma sono imputabili al premier solo fino ad un certo punto. Nessuno, all’epoca, poteva immaginare la tempesta perfetta che avrebbe finito per travolgerci. Ma Conte è di certo chiamato a rispondere del tempo trascorso tra un’ondata e l’altra.

Nel frattempo, la conferenza sta per iniziare. Ancora tu, ma non dovevamo vederci più?


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