Te la meriti, Joe

Joe Biden

Non ha il carisma di Obama, la preparazione di Hillary, la forza di Reagan. Non ha il fascino di Kennedy, l’oratoria di Clinton, il pragmatismo di Bush. Non ha l’istinto di Trump, il passato di McCain, il futuro di Ocasio-Cortez.

Joe Biden non è quello che a prima vista si direbbe un “uomo speciale“. Anche Donald Trump, in uno dei dibattiti presidenziali, gliel’ha ricordato: “Non eri neanche il migliore nella tua classe, Joe“.

In quel momento, il prossimo presidente degli Stati Uniti d’America, dev’essere tornato con la mente a quando, bambino, era costretto ogni giorno a fare i conti coi bulli, coi gradassi che lo prendevano in giro per le sue balbuzie.

Oggi è vecchio, per qualcuno malandato e rimbambito, ma c’è stato un tempo in cui Joe Biden è stato giovane.

Un tempo in cui questo ragazzo di Scranton, Pennsylvania, approfittava di ogni occasione, di ogni incontro pubblico, assemblea, riunione di quartiere, per parlare: per sconfiggere cattiverie e altrui risate, per oltrepassare i suoi molti limiti.

Ce l’ha fatta, Joe. Da perfetto sconosciuto, da outsider in piena regola, ha così conquistato un seggio in Senato. Lo spin doctor di quella campagna? Sua sorella. Tutto molto artigianale, a conduzione familiare.

Già, la famiglia. Biden in 47 anni di carriera politica ha stretto mani, dato pacche sulle spalle, aiutato milioni di persone. Ma sulla sua pelle ha compreso quanto dura potesse essere la vita con gli affetti più cari. Ad un mese da quel grande successo alle elezioni per il Senato, Biden ha perso moglie e figlia in un incidente stradale. Ha pensato più volte di mollare, di arrendersi al dolore, di dedicarsi soltanto ai figli sopravvissuti. Non ha ceduto: ha scelto di onorare la fiducia degli elettori, di non rinunciare al seggio, di fare il pendolare, ogni sera, da Washington a Wilmington, ha viaggiato così tanto che alla fine gli hanno dedicato perfino una stazione dei treni.

Biden è così diventato Biden: una figura apprezzata anche dagli avversari, un punto di riferimento per il Paese, lo zio d’America. Ha conquistato Obama, ne è stato vice, ma soprattutto fratello maggiore. E quando tutto sembrava apparecchiato per raccoglierne l’eredità, di nuovo il destino lo ha travolto, strappandogli il figlio forse più amato, di certo quello più talentuoso, Beau, morto a 46 anni per un tumore al cervello.

Sembrava finita, di nuovo. Ma Biden ha mantenuto la promessa fatta a suo figlio: con quattro anni di ritardo sulla tabella di marcia si è candidato alle primarie del partito Democratico. Più volte è apparso sul punto di perderle. Mai primo, sempre dietro fino al South Carolina, quando la gente di colore ha dimostrato di avere buona memoria, ha ricordato che a spalleggiare il campione afroamericano Barack, in quegli anni alla Casa Bianca, c’era proprio lui, il vecchio Joe.

Da lì è stata una crescita costante, il SuperTuesday lo ha incoronato candidato del partito, i mesi successivi hanno reso chiaro ciò che non era scritto: la sua capacità di smussare gli angoli, di tenere insieme la variegata coalizione dem.

E poi è arrivato il coronavirus, handicap per Trump per come lo ha gestito, ma anche per Biden, confinato nel seminterrato, privato del contatto con la gente che in mezzo secolo di politica era stato il suo punto di forza. Nemmeno questo è riuscito a fermarlo: Biden è apparso solido durante la convention come non appariva da anni, nei dibattiti si è difeso, ha contrattaccato, ha mostrato i guizzi di un campione dal grande passato ma dal futuro incerto. Limiti, debolezze, ma mai tali da pregiudicare il giudizio di fondo per la maggioranza degli americani: Biden o Trump? Senza dubbio il primo.

Ecco, Biden non verrà ricordato come il miglior presidente della storia d’America: di questo possiamo già essere certi. Ma non sarei sorpreso se si rivelasse il miglior presidente possibile per l’America “oggi”. E’ caduto e si è rialzato. Ha aspettato questo momento per troppo tempo per farsi trovare impreparato. Ha superato troppo dolore per non uscirne migliore. Ha vissuto troppe vite in una sola per non avere diritto, almeno una volta, ad un lieto fine.

Vai, c’è la Casa Bianca che ti aspetta, Presidente. Te la meriti, Joe.


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