E Silvio infine ammise: io non sono Trump

Silvio Berlusconi resterà nel centrodestra. Perché è lui che lo ha fondato, perché lo sente come una sua creatura. Ma le parole ieri pronunciate da Fabio Fazio, a maggior ragione quelle su Trump l’arrogante, rappresentano l’ennesima prova di quello che chi ha studiato la comunicazione del Cavaliere ha intuito ormai da anni.

In estrema sintesi: se solo avesse la forza politica per farlo, se avesse che so, un orizzonte temporale diverso da quello che può avere un uomo di 84 anni, Silvio Berlusconi la compagnia di Matteo Salvini e Giorgia Meloni la lascerebbe volentieri. E di corsa.

Perché moderati si nasce, sovranisti non si diventa.

Magari inscenerebbe un nuovo predellino, forse lancerebbe un nuovo partito, poco importa. La sostanza è che l’insofferenza mostrata per le posizioni estremiste dei due “alleati” prenderebbe forma in una postura politica totalmente diversa da quella cui oggi è costretto.

Eppure, quando gli capita di esternare le sue idee sui temi più disparati, quando gli viene chiesto – come ieri – se sia pronto ad offrire collaborazione al governo sull’emergenza coronavirus, Berlusconi non esita neanche per un istante. Non perché sia diventato d’improvviso un comunista come credono persino molti dei suoi (ex) elettori, bensì perché chi ha governato un Paese coglie spesso sfumature che chi si limita a giocare al gioco dell’opposizione perde di vista. Tra queste: il senso di responsabilità che si mostra in un momento di crisi, il valore dell’unità nazionale quando in gioco vi è la tenuta del Paese. Capisaldi del berlusconismo d’annata, volto migliore della parabola politica di chi ha sempre pensato sé stesso come uno statista. Pur faticando ad essere riconosciuto come tale.

Sorprende anche per questo la meraviglia di tanti nell’apprendere che Berlusconi non abbia tifato Trump alle ultime elezioni Usa, come emerso chiaramente nell’intervista in cui il Cav ha aggiunto peraltro di aver già fatto gli auguri al nuovo presidente eletto Biden. D’altronde il parallelismo che voleva The Donald come il Silvio d’America era la caricatura più semplicistica che si potesse disegnare, oltre che la meno accurata.

Imprenditori entrambi, certo. Uomini soli al comando, vero. Ma Berlusconi, a dispetto di Trump, che ha ereditato le fortune paterne, può vantare un lato più americano del collega d’Oltreceano: quello del “self-made man“, l’uomo che si è fatto da solo.

Per non parlare della qualità umana che divide i due. Basta spulciare su internet i commenti di chi ha avuto a che fare con Donald e Silvio per anni, per cogliere una fondamentale differenza: il primo viene descritto dai più come un uomo cattivo, egoista, vendicativo; l’italiano come un generoso, un altruista.

Nessun tentativo di santificare il Cav, alcuna opera di demonizzazione nei confronti di Trump in corso. Ma la sottolineatura di un fatto sì: soltanto chi ha confuso l’indole dell’uomo di Arcore poteva pensare che egli potesse essere un fan di Trump.

Quale doloroso risveglio per molti elettori di Forza Italia, ora obbligati in un caso o nell’altro a sconfessare sé stessi. E posti davanti ad un bivio: ammettere di aver male interpretato Berlusconi negli ultimi 26 anni oppure d’aver preso con Trump un clamoroso abbaglio.


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