Avete presente qualcuno che non si arrende all’evidenza e per questo motivo continua a comportarsi in maniera inspiegabile ed irrazionale? A queste persone ci si riferisce con l’espressione “gli ultimi giapponesi“.

Il motivo è questo: alla fine della Seconda Guerra Mondiale, con gli Stati Uniti che avevano costretto il Giappone alla resa, alcuni soldati della Marina nipponica rifiutarono di fare lo stesso: semplicemente non credevano possibile che la loro nazione non solo fosse stata sconfitta, ma che avesse anche deciso di chinare la testa di fronte al nemico.

Quando le milizie della loro divisione furono annientate da un bombardamento sull’isola filippina di Lubang, questi “soldati fantasma giapponesi” decisero così di dare vita ad una resistenza autonoma in mezzo alle montagne. E così fecero per anni, al punto che per lungo tempo vennero creduti morti.

Si chiamavano Hiroo Onoda, Yuichi Akatsu, Shoichi Shimada e Kozuka Kinshichi.

Fu solo nel 1949, quando uno di loro, Akatsu, decise di abbandonare il gruppo e arrendersi, più che al nemico all’evidenza, che la diplomazia nipponica venne a conoscenza dell’esistenza di quei soldati sopravvissuti. Così decise di cercare di entrare in contatto con loro.

Per convincerli che era tempo di sotterrare l’ascia di guerra, da un aereo vennero lanciate lettere e foto di famiglia. Neanche questo bastò. Gli ultimi giapponesi pensarono ad una trappola, una macchinazione ordita dal nemico per convincerli ad uscire allo scoperto: non era possibile che il conflitto fosse davvero finito.

Non si fidarono, videro in quei messaggi una serie di errori che a loro giudizio erano la prova dell’imbroglio americano. Decisero così di restare sull’isola, continuando a compiere azioni di guerriglia contro i filippini che su quella striscia di terra ci vivevano, rubando loro cibo e vestiti per sopravvivere.

Shimada morì nel 1954 in uno scontro a fuoco. La stessa sorte toccò a Kozuka nel 1972.

Era rimasto soltanto Hiroo Onoda.

La sorella, gli amici, il padre, che morì poco dopo, tentarono vanamente di rintracciarlo. A riuscirci fu, il 20 febbraio 1974, il giapponese Norio Suzuki. Una volta trovato, scattò una foto insieme a lui e rientrò in Giappone. Con quella foto Suzuki convinse l’ufficiale diretto superiore di Onoda, il maggiore Taniguchi, ad andare sull’isola di Lubang dove Onoda era ancora convinto di combattere per il Giappone, per dirgli di arrendersi. Così fu. C’erano voluti tre decenni.

Vi ho raccontato questa storia perché è quella che mi è venuta in mente assistendo all’ultima conferenza stampa di Donald Trump. Il presidente, incalzato da un giornalista alla Casa Bianca che gli chiedeva se avrebbe ammesso la sconfitta nel caso in cui il Collegio elettorale avesse ufficializzato la vittoria di Biden, ha risposto: “Sarà molto difficile ammettere la sconfitta, perché ci sono stati brogli enormi“. Il giornalista ha dunque ripetuto la domanda. E Trump ha replicato che se davvero il Collegio Elettorale dovesse confermare la vittoria di Biden, “avrà commesso un errore, perché quest’elezione è stata una farsa“.

Poi c’è stata la svolta. Quando un’altra giornalista gli ha chiesto in maniera esplicita se “lascerà questo edificio [la Casa Bianca]“, Trump per la prima volta dalla sconfitta alle elezioni ha capitolato: “Certamente lo farò…certamente lo farò, e voi lo sapete“.

E’ stato in quel momento che ho pensato a Hiroo Onoda. Anche l’ultimo dei giapponesi – se preferite, l’ultimo degli americani – si era arreso.


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