Se un osservatore fosse ieri sbarcato da Marte sul nostro Pianeta, e in maniera inspiegabile – probabilmente patologica – avesse voluto interessarsi di politica italiana e di dinamiche interne al Pd prima di ripartire con la sua navicella per tornarsene da dov’è venuto, avrebbe portato con sé un forte mal di testa e una confusione figlia dell’ambiguità del Pd.

Sabato non era ancora calato il sole quando il capo delegazione del Partito Democratico nel governo, Dario Franceschini, intervenendo ad un evento organizzato dalla Fondazione ItalianiEuropei di Massimo D’Alema, sosteneva “l’inesorabilità di un’alleanza” sempre più strutturale tra Pd e Movimento 5 stelle. A sostegno di tale ipotesi, semplicemente impensabile fino a pochi mesi fa, il ministro dei beni e delle attività culturali citava misteriosi (agli occhi di chi scrive) “valori condivisi” tra i due partiti.

Più tiepida sembrava essere la linea di chi la linea è per statuto chiamata a dettarla: il segretario dem Nicola Zingaretti. Questi, evidentemente ispirato – al punto da rinunciare a riproporre per una volta i suoi slogan su “unità” e pace nel mondo – sottolineava infatti che nel governo “deve aprirsi una fase nuova: noi non dobbiamo tornare alla stagione pre Covid” e “non dobbiamo tirare a campare ma essere efficienti e dare segnali importanti”. Poi, chiaramente dimentico del fatto che il suo partner di governo ha vinto un paio di anni fa le elezioni cavalcando proprio populismo e antipolitica, esultava: “Vedo uno spazio positivo: la sirena populista dell’odio si è rivelata inefficace e strumentale di fronte alla pandemia, l’antieuropeismo non è la soluzione, c’è una difficoltà delle ricette sovraniste e populiste”.

Breve parentesi: peccato, a proposito di antieuropeismo, che intanto proprio il MoVimento 5 Stelle stia rischiando di spaccarsi sul sì alla riforma del Mes. Attenzione: non sull’attivazione dei 37 miliardi di euro per la sanità, ma sulla riforma di un meccanismo – che non prelude in alcun modo al suo utilizzo – già esistente da anni e alla quale l’Italia, con il governo dal Movimento sostenuto, ha dato in questi mesi un grande contributo. Chiusa la parentesi.

A testimoniare la confusione piddina arrivava infine la pubblicazione a notte fonda su Repubblica di un’intervista a Graziano Delrio. Il capogruppo dem alla Camera, da sempre tra i più ascoltati al Nazareno, lanciava tra le righe quello che è apparso ai più sensibili come un avviso di sfratto al premier Conte.

Non è d’altronde un avviso di sfratto a Giuseppe Conte dire che “se ci fosse un ritorno al Conte uno, allora è evidente che non avrebbe più senso portare avanti questa esperienza”?

Non è un avviso di sfratto rimarcare che “il premier non è stato votato direttamente ma indicato dalla forze politiche”?

Non è un avviso di sfratto chiedere “che ci sia un protagonismo diverso da parte del presidente del Consiglio”?

Non è un avviso di sfratto sostenere che esiste “uno scollamento preoccupante fra un Paese che soffre e una narrazione rassicurante”?

Non è un avviso di sfratto rimarcare che “la politica non è nuova quando ti affida un reincarico per la guida del governo e diventa vecchia quando ti critica e ti stimola a fare meglio”?

Non è un avviso di sfratto criticare il fatto che “continuiamo a lavorare su decreti approvati da una sola Camera, in una sorta di monocameralismo di fatto”?

Non è un avviso di sfratto, infine, evidenziare che “non bisogna avere la presunzione dell’autosufficienza”?

A mio avviso di questo si tratta. Del modo per il Pd di aprirsi un’uscita d’emergenza nel caso in cui il M5s dovesse franare sull’altare del Mes. Ma pensate per un attimo al marziano che ha ascoltato i tre pareri degli esponenti Pd, tutti in contraddizione tra loro nello stesso giorno. Più che Partito Democratico, Partito Delirante.


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