Nel leggere la lettera inviata da Renzi a Giuseppe Conte, ho avuto un solo rimpianto: non averla scritta io. A meno di non essere grillino, dunque calato in un’altra dimensione della realtà, non condividere persino le virgole vergate dal senatore di Italia Viva è praticamente impossibile. Non fosse altro perché le parole di Renzi (ri)affermano un principio di verità che è da tempo andato smarrito nelle cronache politiche di questi mesi. Al netto di quanto il governo Conte racconta – e si racconta – “non è andato tutto bene”, Nel Paese reale si consuma da mesi una tragedia collettiva, sul piano sanitario, economico e sociale: eppure c’è chi ha il coraggio di gonfiare il petto, di parlare di un “modello Italia” che non esiste e non è mai esistito, di ergersi a statista incompreso, a manna dal cielo in questa disgraziata epoca.

La lettera di Renzi è la dimostrazione che il toscano, con tutti i suoi difetti, è uno dei pochissimi (si contano davvero sulle dita di una mano) che in Italia ancora fanno politica. Nel testo c’è tutto Renzi: la straordinaria passione con cui guarda al futuro, la fiducia, oserei dire la fede, con cui esprime la propria visione di domani, ma anche l’impossibilità di trasformarsi in gregario, la difficoltà a lavorare in una squadra che non sia la sua.

Uno dei passaggi cruciali, a mio avviso sottovalutato dalle analisi che ho letto finora, è quello in cui Renzi ricorda a Conte: “Te lo abbiamo detto assieme a Nicola Zingaretti un mese fa a Palazzo Chigi: chi come noi ha amministrato sa che una cosa è approvare un decreto, una cosa è veder partire un cantiere. Ci vuole cura per i procedimenti e per i dettagli: non bastano i like su facebook per amministrare un territorio“.

Potrebbe sembrare un richiamo banale, non lo è. Qui non solo Renzi afferma il primato della politica – e dell’esperienza – su chi, come Conte, coltiva l’arroganza di essere “nato imparato”, ma svela di non essere l’unico nella maggioranza a nutrire dei dubbi sulla realtà capacità del premier di governare l’Italia.

Un altro colpo da politico navigato è quello assestato in apertura di missiva. Gli basta un nome, Mario Draghi: “Il problema è peggiore di quello che appare e le autorità devono agire urgentemente“. Anche questa non è una citazione come un’altra. Lasciatemi una piccola soddisfazione: questo passaggio è la conferma sottintesa che quanto anticipato da questo blog alcuni giorni fa, rispetto al disegno tattico di Renzi, era corretto.

Chi pensa che il leader di Italia Viva stia inscenando un bluff si sbaglia: questo non vuol dire che aprirà certamente la crisi, non tutto dipende da lui – anzi, molto dipende da Conte – ma l’obiettivo massimo del fiorentino è quello di cambiare governo, sostituendo il premier con Draghi, l’unico nome in grado di trovare una maggioranza trasversale in Parlamento.

Renzi però non vuole passare come il guastafeste che ha come hobby quello di far nascere e morire i governi. Per questo gioca a carte scoperte, inviando una lettera lunga ma chiarissima con la sua “to do list”, la lista di condizioni affinché Italia Viva non ritiri i suoi ministri.

Avrebbe potuto limitarsi a chiedere una revisione del meccanismo di cabina di regia sul Recovery Fund, su cui Conte ha già lasciato intendere di essere pronto a trattare. E invece gioca al rialzo, chiedendo – aggiungo io, giustamente – l’utilizzo del Mes sanitario da 36 miliardi: quanto il MoVimento 5 Stelle non potrà mai concedergli.

Proprio questa richiesta rappresenta la conferma che la via privilegiata da Renzi è l’apertura della crisi. Al di là dei retroscena che lo dipingono come intenzionato ad ottenere un rimpasto di governo o un suo uomo nella cabina di regia del Recovery.

Fosse stato vero, fidatevi, avremmo avuto una lettera diversa: molto più sfumata nel merito, molto più moderata nei toni.

Lo ripeto, col rischio di andare a sbattere: Renzi andrà fino in fondo. Questa lettera ne è la prova. Caro “amico” ti scrivo.


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