Il bluff di Conte: così può perdere Palazzo Chigi

Se Renata Polverini (Forza Italia) dice che “al Senato siamo già 15“, parlando di se stessa come una dei “responsabili” o, per usare la forma edulcorata di queste ore, dei “costruttori”, significa che l’operazione per sostituire i 18 renziani nella maggioranza è già partita. Resta però difficile da credere che la compagine di cui sopra si sia già ingrossata a tal punto: se così fosse stato, infatti, senza esitazioni e perdite di tempo avremmo già visto formarsi un nuovo gruppo. Con sommo gaudio di Conte, vincitore della partita in trasferta, ovvero sul terreno di gioco che Renzi più di lui certamente conosce: il Parlamento.

Analizzando atteggiamenti, dichiarazioni e fatti delle ultime 48 ore, invece, sembra di poter dire che ad oggi Conte una maggioranza non ce l’abbia. Non senza Italia Viva, almeno. Ne è la prova più lampante l’ultima sortita del premier per le vie di Roma, poco prima che parlasse Renzi, per promettere un non meglio precisato “patto di legislatura”. Contentino svuotato di significato politico, poiché privo dell’assicurazione che esso avrebbe contenuto il Mes.

Perché dunque, è il ragionamento, prestarsi a questo estremo tentativo di mediazione, se in cantiere è già pronta una pattuglia di responsabili? E perché, visto che con Renzi il feeling non è mai scattato, non spingere invece per favorire questa sostituzione indolore, con Italia Viva fuori e i nuovi contiani dentro? La risposta può essere soltanto una: perché al momento, almeno fino a ieri, i numeri non c’erano.

Ecco perché Conte rischia di pagare a carissimo prezzo il bluff di due giorni fa, quando fonti di Palazzo Chigi facevano sapere che “se il leader di Iv Renzi si assumerà la responsabilità di una crisi di governo in piena pandemia, per il presidente Conte sarà impossibile rifare un nuovo esecutivo con il sostegno di Italia viva“. Questo è stato lo strappo deciso da Conte, l’azzardo con cui sperava di vincere la partita, convinto che mai e poi mai Renzi avrebbe rischiato un rilancio con la concreta prospettiva di salutare il governo.

Il senatore di Rignano, invece, ha deciso di vedere se il premier aveva o meno il punto. Così facendo ha posto Conte dinanzi ad un bivio: raccattare un manipolo di responsabili – durissimo contrappasso da sopportare per il premier del fu “governo del cambiamento” – oppure andare a Canossa, cospargersi il capo di cenere e smentire sé stesso, accettando di buon grado il rientro dei renziani nella sua maggioranza come unica opzione per restare a Palazzo Chigi.

Altra soluzione non sembra esserci per il presidente del Consiglio, che tra i due scenari – in queste ore – mostra risentito e orgoglioso di preferire di gran lunga il primo. Offeso con Renzi, spera e crede di riuscire a sopravvivergli. Magari infliggendogli una lezione come quella impartita in Senato a Salvini. Allora, però, a rendere possibile la sua vittoria fu proprio il sostegno insperato di Renzi. Mentre adesso si fatica onestamente a pensare che ad incarnare il ruolo di kingmaker possa essere davvero Clemente Mastella.

Rebus che solo Conte può sciogliere. Con il rischio di restare vittima del suo bluff, quando gli stessi parlamentari che oggi twittano l’hashtag #AvantiConConte, accortisi che responsabili ce ne sono sì, ma non abbastanza, potrebbero sacrificare il loro nuovo idolo sull’altare del proprio seggio.


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