Sebbene non vi siano macerie ai lati delle strade o palazzi sventrati dalle bombe, per quanto nessun carro armato arrivi plasticamente ad annunciare la sconfitta dell’invasore, nonostante manchino le urla gioiose dei bambini ignari del dolore da poco alle spalle, il sentimento della Washington svuotata dal virus e agghindata a festa per mimare normalità è molto simile a quello che si percepirebbe in un’America liberata dallo straniero.

Può sembrare una forzatura, e senz’altro lo è, ma l’avvento di Joe Biden alla guida della superpotenza dopo 4 anni di Donald Trump sortisce in chi osserva da lontano più o meno questo effetto. “America is back”, recitava uno degli slogan più famosi del nuovo presidente, e davvero l’idea che gli Stati Uniti siano tornati al mondo va molto oltre le dottrine di politica estera dei due ormai ex rivali.

Ad un certo punto del suo discorso, oltre 20 minuti di intervento a braccio, con buona pace di chi lo giudicava affetto da demenza senile e incapace anche solo di leggere da un gobbo elettronico, Joe Biden ha pronunciato parole tanto semplici quanto potenti: “Metterò tutta la mia anima per riunire la nazione”.

Come se non sapesse che un uomo onesto non potrà da solo compiere questa impresa ciclopica. Ma non fa differenza, nel “giorno dell’America”. E Biden sembra volere sfidare il cinismo di chi lo ha preceduto, chiedendo a tutti gli americani, anche quelli che non lo hanno votato, di “giudicarmi dal mio cuore”. Non è un programma politico, ma è la prima pietra su cui fondare la ricostruzione di questa società in tempesta.

Per la prima volta nella loro storia agli americani non basta bombardare una città nemica per avere indietro la propria vita, per sentirsi baciati dal Signore, prescelti fra tutti come specchio in Terra della perfezione divina. Il virus che li ha colpiti si è insinuato nella loro stessa collettività: e qui non è di Covid che parliamo.

Sebbene faccia comunque un certo effetto ascoltare le parole di un presidente che della pandemia si occupa e preoccupa, anziché considerarla uno scherzo del destino, un intralcio indesiderabile che ha compromesso la strada per la rielezione, il virus che dilania la società americana è quello della divisione. Si trasmette grazie alle fake news, alla manipolazione della verità, alla scientifica disinformazione che avvelena i rapporti tra persone, inasprendo faglie “tra blu e rosso, tra periferie e città”.

Potrebbe sembrare quasi un discorso ecumenico, quanto di più vicino all’intervento di un Papa che predica nel deserto invocando Pace e comunione. E in effetti l’esortazione a “tutti gli americani a starmi vicino” ricorda tanto il “pregate per me” di Papa Francesco. Per non parlare dei continui richiami all'”unità” di cui necessita il Paese, quasi a voler prendere in prestito dal Santo Padre l’invito alla “vicinanza” come stella polare per la vita di ognuno. Il tutto condito da una citazione biblica: “Il pianto può durare per una notte, ma la gioia arriva al mattino”.

Ecco, ora nessuno dice che Joe Biden sia un santo o l’uomo migliore del mondo, nessuno può dire che sarà il più grande presidente che gli Stati Uniti abbiano avuto, ma basta scorrere a ritroso la sua storia, immedesimarsi per quanto possibile nella vita di un uomo che è sopravvissuto al dolore di aver perso una moglie e due figli, per capire che quest’uomo dalla fragilità manifesta ha in sé qualcosa di speciale. Ad esempio la forza, quella di dire: “Ripartiamo da zero”. C’è da ricostruire. Come in un’America liberata dall’invasore, appunto.

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