Bisogna andare a ritroso con il calendario fino al 17 gennaio, dunque due giorni prima del voto di fiducia in Senato, per svelare chiaramente la tattica di Giuseppe Conte e delle forze fedeli al presidente del Consiglio. Basta leggere le dichiarazioni del ministro agli Affari Regionali, Francesco Boccia, autore di un “appello ai parlamentari di Italia Viva”, affinché “gli eletti nel Pd votino con il Pd”.

In quelle stesse ore, a fargli eco è il ministro 5 Stelle allo Sviluppo Economico, Stefano Patuanelli, deciso a rimarcare che ovviamente “il giudizio negativo è su Renzi, non sui parlamentari di Italia Viva”.

In tattica politica, questa narrazione fatta filtrare da due esponenti non di primissimo rango della maggioranza, serve a rimediare al peccato d’arroganza di Giuseppe Conte datato 12 gennaio, con fonti di Palazzo Chigi che in pieno braccio di ferro fanno trapelare la seguente velina: “Se Matteo Renzi ritira i ministri è impossibile un nuovo governo con Italia Viva”.

Badate bene: Italia Viva. Quindi tutto il partito.

La prova di forza in Senato, però, ha dato a Conte due consapevolezze: la prima, per lui incoraggiante, di essere sfuggito all’agguato che ad un certo punto della serata era apparso possibile. La seconda, per lui drammatica, è che al netto del soccorso dei senatori a vita, o riesce in pochi giorni lo scouting che non è riuscito dal momento della formalizzazione della crisi di governo (data 13 gennaio), oppure non ha i numeri per governare.

Ed è in questo contesto che si capiscono le parole di Boccia e Patuanelli. Confermate di fatto da quelle pronunciate oggi stesso da Luigi Di Maio, che su Repubblica dichiara: “Io (…) guardo alle tante persone che anche in questi giorni hanno voluto osservare qual era il progetto del governo per decidere liberamente se sostenerlo. Ho letto di parlamentari di Italia Viva che condividono questo spirito”. Come dire: renziani, rientrare pure. Ma senza il vostro leader.

L’obiettivo conclamato, per quanto dichiarato a denti stretti, è quello insomma di “de-renzizzare” Italia Viva: isolare il senatore di Rignano, privarlo delle sue stesse truppe, così da ridurlo a personaggio da circo, grillo parlante senza peso, reietto in casa propria.

Mossa onestamente ardita, di improbabile riuscita. E di qui parte il ragionamento politico: perché tentare l’arrocco sul premier Conte impallinando Renzi che dice di non aver posto veti sull’avvocato? La risposta va al di là del marchio di “inaffidabilità” affibbiato a Renzi da Zingaretti.

La cronaca ci dice che il Pd, al bivio tra Conte e Renzi, ha optato per il primo. Scelta legittima, attenzione, nell’alveo delle opzioni a disposizione del partito. Ma onestamente di difficile comprensione per quel che è il pregresso del Pd: e con i 5 Stelle, e con Conte, e con Renzi.

Per quanto finiti oggi nel dimenticatoio, infatti, decine e decine di articoli raccontavano soltanto qualche settimana fa della volontà del Pd e del suo segretario di imprime un “rilancio” all’azione di governo, mettendo in conto anche l’ipotesi di una staffetta a Palazzo Chigi.

Rispetto al MoVimento 5 Stelle, poi, non c’è bisogno di scavare troppo a fondo nella memoria per riportare alla mente il livello di rapporti tra Partito Democratico e grillini fino ad un anno e mezzo fa: ricordate il Partito di Bibbiano?

Per non dire di Renzi, che del PD è stato a lungo segretario e ha conservato ottimi rapporti personali con molti ministri, senatori e deputati.

Difficile dunque decifrare le motivazioni che hanno spinto il Pd ad impiccarsi sul nome di Conte, preferendo una indegna sopravvivenza targata Ciampolillo, e financo il rischio di elezioni, ad un governo di unità nazionale che fosse guidato da un nome “digeribile” anche dalle altre forze europeiste in Parlamento: da Forza Italia ad Azione, da Italia Viva all’Udc.

Uno su tutti, Mario Draghi, avrebbe compiuto addirittura il miracolo di unire tutto l’arco parlamentare. Destre incluse.

L’unica spiegazione plausibile è anche quella più irrazionale. L’ossessione dei democratici per Renzi continua anche dopo la scissione. Ed è viva al punto di assestare colpi ben al di sotto della cintura.

Per essere chiari, bisognerebbe fare tesoro della lezione impartita al premier da Pierferdinando Casini in Senato. Casini che viene qui citato non a caso, poiché componente fino a prova contraria della maggioranza, dunque non tacciabile di simpatie anti-governiste: “Questa crisi è stata aperta da Italia Viva: non mi piace sentir parlare di ‘alcuni esponenti di Italia Viva’. Per me Italia Viva ha un segretario ed è un partito, a questo partito si deve rispetto”.

Come dire che c’è modo e modo di condurre una battaglia politica. Sebbene ad oggi il punto sia un altro, e di gravità maggiore: alla politica il governo ha del tutto rinunciato, ingaggiando una battaglia e basta.

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