Asserragliato a Palazzo Chigi, assediato dai consigli più o meno disinteressati di vecchi alleati e nuovi sodali, Giuseppe Conte in queste ore ha ricordato a molti l’atteggiamento del suo amico Donald Trump dopo la sconfitta contro Biden.

Nessuna dichiarazione incendiaria, attenzione, ma di simile l’incapacità di venire a patti con la realtà. Se per l’ex presidente americano era impossibile accettare l’idea di aver perso contro il Democratico Joe, al punto da gridare ad improbabili brogli, il premier italiano fatica a prendere atto che la crisi di governo si sia non solo aperta, ma che gli stia persino sfuggendo di mano.

In privato continua a giudicarla “incomprensibile per tutti gli italiani”, quasi a provare che davvero abbia pensato che il consenso fotografato dai sondaggi fosse per lui garanzia di insostituibilità.

Anche per questo fatica a muoversi nelle nuove condizioni. Quando si è trattato di andare a caccia di “volenterosi” per ottenere la fiducia in Senato, Conte era certo che scampare all’agguato in Parlamento fosse la parte più difficile del tentativo di sopravvivere alla mossa di Renzi. Ma adesso che i “disponibili” sembrano essersi dati alla macchia, il copione del Presidente del Consiglio appare scompaginato, solido come una barca a vela squassata dai venti.

Ed è in questo quadro che bisogna inserire paure e sospetti di Conte: come ogni leader sul punto di cadere, il premier vede fantasmi ovunque. A chi gli suggerisce di dimettersi prima di arrivare mercoledì in Senato, di evitare che il suo destino venga deciso dalla relazione di Alfonso Bonafede sullo stato della giustizia, Conte oppone i timori di chi sa che, una volta uscito da Palazzo Chigi, tutte le opzioni tornerebbero in gioco.

Per quanto Pd e MoVimento 5 Stelle lo rassicurino sul fatto che non c’è alternativa se non il voto ad un terzo atto dei suoi governi, Conte dà prova di aver compreso la natura di questo Parlamento: sa bene, insomma, che gli stessi centristi che oggi giurano di essere pronti a sostenerlo, ma a patto di dimissioni e di una redistribuzione dei ministeri, una volta aperte le danze potrebbero dire sì ad un nuovo governo ma ad una condizione. Quale? Ovviamente che a guidarlo non sia Conte.

Ecco perché il premier è tentato dall’Aula, perché fino all’ultimo minuto disponibile cercherà di esplorare questa strada. Soltanto quando la matematica lo inchioderà in maniera irreversibile si affiderà all’idea di darla vinta a Renzi, mettendo sul piatto le sue dimissioni e accettando che a decidere il suo futuro siano le trattative dei partiti che non può controllare.

In un caso o nell’altro, che siano dimissioni o nuova conta in Senato, Conte deciderà di giocare il suo peso politico tra gli italiani: drammatizzerà il più possibile la situazione, che si tratti di un passo indietro “spontaneo” o di un “tradimento” in Senato. Con ogni probabilità si concederà a delle interviste televisive e sui giornali, invitando i partiti a “fare presto” per risolvere lo stallo, ovviamente in suo favore. Lo farà allo scopo di far sentire alle forze in campo che il popolo è dalla sua parte, che ogni alternativa al suo nome sarebbe “incomprensibile”.

Già, come la crisi che si è aperta sotto il suo naso, quella crisi che pensava di avere sterilizzato ottenendo la fiducia meno di una settimana fa. Quella stessa crisi che nella migliore delle ipotesi lo vedrà indebolito, depotenziato: commissariato o da una nuova gamba centrista decisa a spostare nuovamente l’asse del governo per assicurargli il sostegno, oppure, paradossalmente, appeso nuovamente ai voti di Renzi.

Legge del contrappasso che oggi Conte non accetta di scontare, memore di aver posto un veto sul leader di Italia Viva che quest’ultimo non mancherebbe di far pesare. Magari chiedendo come pegno una pubblica rettifica da parte del premier: tassa politica da pagare per rientrare a Palazzo Chigi. Non proprio dalla porta principale.

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