Perché il Conte-ter dipende (quasi) per intero da Renzi

Sebbene l’ipotesi di un terzo governo Conte sia ad oggi quella maggiormente accreditata dai bookmakers, la realtà del pallottoliere continua ad essere ostile al premier dimissionario.

Ne è la prova, paradossalmente, la nascita in Senato del gruppo “Europeisti”, raccontata dai fedelissimi del premier come un piccolo passo per la politica ma un grande salto per Conte.

Trattasi in realtà di chiarissima operazione di maquillage, artificio che nulla aggiunge ai numeri fragili della vecchia maggioranza.

Basti dire che per arrivare alla sua composizione, fissata a quota 10 senatori, si è rivelato necessario il “prestito” da parte del Pd della senatrice friulana Rojc: pena l’impossibilità di partecipare alle consultazioni al Quirinale e sponsorizzare un “Conte atto terzo” a Palazzo Chigi. Ma c’è di più: tutti e dieci i componenti del nuovo gruppo hanno già votato la fiducia al governo otto giorni fa in Senato. Da Mariarosaria Rossi a Gregorio De Falcio: non c’è un voto nuovo che sia uno, sul quale il premier dimissionario possa contare.

Dunque come si svilupperà la partita? Pensare che gli Europeisti possano fungere da magica calamita per attrarre nuovi “volenterosi” in cerca di sistemazione appare quanto meno utopico. Fosse stato così, mai e poi mai Conte si sarebbe dimesso, rimettendo in gioco la poltrona di premier, esponendosi alle pugnalate di chi oggi promuove un hashtag e domani cancella il tweet.

La realtà che il presidente del Consiglio dimissionario dovrà presto accettare è dunque che una sua eventuale riconferma a Palazzo Chigi, salvo smottamenti in Forza Italia al momento non alle viste, passa inevitabilmente da un viaggio a Canossa.

Per quanto Matteo Renzi abbia dichiarato nel suo ultimo intervento di non aver posto veto alcuno, è evidente che Conte non possa essere la sua prima scelta. Una eventuale ricomposizione tra i due potrebbe dunque verificarsi soltanto dietro un forte “commissariamento” di Conte. Tradotto: il presidente del Consiglio dovrebbe cospargersi il capo di cenere e dare dignità pubblica all’ex alleato, ol forte rischio di smarrire per sempre la sua: scotto da pagare per aver chiuso anzitempo al senatore di Rignano.

Alle consultazioni, dal canto suo, Renzi porrà al Presidente della Repubblica delle questioni di merito, con ogni probabilità riproponendo come di vitale importanza la questione del Mes. Tema urticante per Conte e il MoVimento 5 Stelle, ma dirimente per aprire alla creazione di una maggioranza che possa sostenere tale disegno.

Potrebbe essere proprio questo il punto di svolta della crisi: se Conte ritenesse impossibile mettersi alla guida di un tale progetto, in soccorso potrebbe arrivare Forza Italia, staccandosi definitivamente dai sovranisti. Qui si riaprirebbe ogni gioco: sarebbe infatti oltremodo complicato per una forza che si dichiara convintamente europeista come il Pd tirarsi indietro proprio sul Mes.

Così facendo, alla somma dei senatori di Forza Italia, Pd e Italia Viva (più la decina di Europeisti appena composta e pronta all’uso) basterebbe aggiungere una trentina di nuovi “responsabili” sugli oltre 90 grillini in Senato per ottenere una nuova maggioranza.

Disegno che Conte, impegnato in queste ore a sterilizzare Renzi, tentando al massimo di reimbarcarlo ma in ruolo non determinante per le sue sorti, difficilmente potrebbe bloccare. A meno di arretrare per tempo, di concedere su tutto all’ex premier, finendo per perdere l’autonomia politica faticosamente conquistata. Quasi ripiombando nell’incubo gialloverde dei due vicepremier a schiacciarlo. Prezzo che solo Conte potrà dire se è disposto a pagare.

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