Così Renzi sta scrivendo la fine politica di Conte

Si potrebbe obiettare – e lo si fa spesso – che è assurdo che un partito che nei sondaggi viene attribuito del 2% e rotti tenga sotto scacco la politica italiana. Ma se si vuole parlare di politica non si può prescindere dalle basi: viviamo in una Repubblica parlamentare e chi sa meglio giocare le proprie carte in questo contesto ha una mano di vantaggio sugli altri contendenti.

La posizione tattica tenuta da Matteo Renzi nel corso delle consultazioni al Quirinale, le parole pronunciate all’uscita dal colloquio con il capo dello Stato, confermano che nello sport della politica il leader di Italia Viva è uno dei migliori interpreti. Eppure è chiaro ed evidente a chiunque non si limiti ad analizzare la situazione da tifoso (fidatevi, c’è molto più gusto da osservatore esterno) che Renzi si è trovato, per una serie di incredibili circostanze, ad interpretare il ruolo del giocatore che deve soltanto spingere la palla in porta da pochi passi, tutto solo, senza l’assillo del portiere avversario a disturbarlo. Sì, perché qualcuno quella palla gliel’ha passata.

Mi spiego: per capire la crisi di governo dobbiamo riportare indietro le lancette dell’orologio, arrivare alla pagina del calendario che recita 12 gennaio. Può sembrare un esercizio futile, ma è in quel giorno che è arrivato l’autogol – segnalato da questo blog – del presidente del Consiglio Conte. Il riferimento è chiaro: quando da Palazzo Chigi si dice che “se Renzi rompe adesso sarà impossibile un governo con Italia Viva in futuro“, il minimo che ci si possa attendere è che Renzi chieda come condizione per sedersi al tavolo della maggioranza che gli venga restituita dignità politica. A maggior ragione se a definire più volte “irresponsabile” e “inaffidabile” è stato anche il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, quello stesso Nicola Zingaretti che in privato, prima dell’apertura della crisi, non aveva invece nascosto perplessità sull’operato di Conte.

E’ stato in quel 12 gennaio che Conte ha scritto il suo futuro. Quando si rilegge la storia di questa crisi bisogna rispettare la cronologia degli eventi: prima c’è la minaccia di Conte, soltanto poi Renzi ritira le ministre. Queste non sono opinioni, ma fatti.

A partire da quel preciso istante Conte non può più fare affidamento su Renzi, non può prendersela più con il senatore di Rignano se la crisi si apre, se al Senato arranca, se sulla relazione di Bonafede non ha i numeri. Perché? Perché ha fatto l’errore di confondere i sondaggi con il suo peso politico in questo Parlamento. Ricordate la premessa? L’Italia è una Repubblica parlamentare. E forse è questo che Renzi intende ricordare ai contiani quando dice che “non siamo al Grande Fratello”: un po’ come dire che non vince chi va meglio al televoto, la spunta chi ha i numeri in Parlamento. Numeri che, ad oggi, Conte non ha senza Italia Viva.

Dando per assodato questo fatto – per inciso: se Conte avesse avuto i numeri non si sarebbe dimesso e non avrebbe telefonato Renzi a mezz’ora dall’inizio delle consultazioni – la domanda è la seguente: cosa vuole Renzi? E’ chiarissimo che non voglia Conte. Ed è chiarissimo che non lo vorrà neanche dopo un secondo eventuale giro di consultazioni. Così com’è chiarissimo che non lo vorrà neanche se Conte e gli altri partiti di maggioranza faranno ammenda, invitandolo caldamente a rientrare nella brigata e a berci sopra un bicchiere di vino.

Ma qui interviene un’altra verità: se Conte arriverà a ritirare pubblicamente il veto, se avrà il fegato per rimangiarsi le invettive pronunciate in Parlamento contro i renziani, se avrà il coraggio di rinunciare ai propositi di allargare la maggioranza raccattando a destra e a manca Ciampolillo vari, se concederà molto sul Recovery Plan, Renzi dovrà fermarsi.

Dunque, gli scenari diventano due e nessuno di questi al momento è completamente favorevole a Conte: il primo, vede l’avvocato fare i bagagli mentre un governo – a differenza di quello che gli avevano assicurato – nasce senza di lui. Il secondo prevede la permanenza di Conte a Palazzo Chigi, ma fortemente ridimensionato in quanto ad autonomia politica, di fatto commissariato da Renzi, dal quale dipende in termini di voti in Parlamento e al quale deve inchinarsi per mantenere la poltrona.

Un’umiliazione facilmente evitabile se solo Conte la mattina di quel 12 gennaio si fosse astenuto dal porre Renzi dinanzi ad un bivio che non era nelle condizioni di porre.

Errore che ora rischia di scontare, di rimpiangere per lungo tempo a venire. Firma in calce della fine politica che Matteo Renzi sta tentando di scrivere per lui.

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12 commenti su “Così Renzi sta scrivendo la fine politica di Conte

  1. I miei complimenti, condivido la tua interpretazione degli avvenimenti, in particolare quando fai notare che il Parlamento non è il palcoscenico del grande fratello.

  2. semplicemente bravo! ma bisogna anche operare per trattenere al massimo il vitalismo un pò arrogante ed esuberante di renzi,può essere una qualità se non esagera, non ce n’è bisogno e poi esprime il meglio di sè quando è misurato, come nel discorso al senato.

    1. Concordo pienamente con il commento di Carlo Pagliacci.
      Renzi più pacato, rende molto di più.
      È fondamentale non farsi prendere dall’esuberanza.
      Prego caldamente (chi lo consiglia e gli sta più vicino) di aiutarlo a ridimensionare questo atteggiamento
      Crediamo molto in lui. Per favore. Grazie! Andiamo avanti a testa alta.

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