Ora che l’esito della partita non dipende più da lui, Giuseppe Conte vorrebbe disporre della possibilità di tornare indietro. Per gestire diversamente i rapporti con Matteo Renzi, per scongiurare la rottura.

L’avvocato ha avuto un ruolo importante nel far precipitare la crisi. Non solo si è fidato di Pd, 5 Stelle e Leu, cioè dei partiti che gli avevano assicurato che trovare responsabili in Parlamento non sarebbe stato troppo complicato per l’uomo più popolare del Paese, ma a lui è da imputarsi la scelta di aver esasperato lo scontro portandolo sul piano personale, preferendo il braccio di ferro alla riapertura del dialogo con il secondo Matteo che lo vuole fuori da Palazzo Chigi.

Per usare un’immagine molto cruda: Giuseppe Conte si è scavato gran parte della fossa da solo. A partire dall’ormai celebre velina del 12 gennaio (“Se Renzi rompe ora impossibile un nuovo governo con IV”), bluff che Renzi non poteva non cogliere, ma anche ostinandosi per due settimane in una improbabile caccia ai volenterosi che non ha portato i risultati sperati.

Con la consapevolezza che l’ultima speranza per restare a Palazzo Chigi è quella di mettere da parte l’orgoglio, col rischio di rinunciare ad ampia parte dell’autonomia politica faticosamente conquistata nel Conte-bis, il premier dimissionario ha faticosamente composto il numero del leader di Italia Viva a mezz’ora del suo ingresso al Quirinale. Per domandare se il problema fosse la sua persona. Ottenendo in cambio una risposta se possibile ancora peggiore: il problema è tutto politico.

Cosa può fare, dunque, Giuseppe Conte per restare in sella?

La grammatica suggerisce al premier di restare in questa fase nell’ombra, di lasciare ai partiti il tempo di annusarsi, di schiarirsi le idee. Ma la mossa di Renzi, la richiesta che gli venga restituita dignità politica, ha ampiamente complicato i piani per un Conte-ter. Non tanto per la chiusura pronunciata da Giuseppe Conte, che con la chiamata di ieri ha lasciato intendere di non avere particolari problemi a rimangiarsi il no a Renzi, ma per la netta presa di posizione del MoVimento 5 Stelle.

Una corposa fetta di grillini, dopo l’uscita di Renzi dall’ex maggioranza, ha creduto convintamente che fosse ora di tagliare definitivamente i ponti col senatore di Rignano. E una parte importante di costoro, capitanati all’esterno del Parlamento da Alessandro Di Battista, non ha cambiato idea. Basti pensare che ancora dopo la richiesta di Renzi al Quirinale (“Ci dicano se ci vogliono o no in una maggioranza politica“), è stato proprio Di Battista, in un’intervista televisiva, a ribadire che “Renzi deve stare fuori dalla porta“.

Non il migliore crocevia per una reunion della maggioranza, con Conte che a questo punto vede proprio nell’intransigenza del partito a lui più vicino il maggiore ostacolo per una ricomposizione della frattura.

A questo punto il presidente del Consiglio ha poche opzioni nel suo ventaglio: se pure 40 tra deputati e senatori M5s hanno firmato ieri un documento in cui spiegano di essere disposti a votare la fiducia solo ed esclusivamente ad un governo Conte, il premier ha capito che un mancato riconoscimento della dignità dei renziani avrebbe come sbocco non un ricorso alle urne, bensì un governo di larghe intese guidato da un nome diverso dal suo, con l’ingresso di Forza Italia a sopperire alle defezioni grilline indisponibili al compromesso.

Per questo Conte deve esercitare un’azione di “moral suasion” proprio all’interno del MoVimento: convincerli ad ingoiare il rospo rappresentato da Renzi, magari prospettandogli un futuro di indipendenza dai voti di Italia Viva, nella speranza che nei mesi a venire non si fermeranno i nuovi ingressi all’interno della maggioranza.

Allo stesso tempo, in chiave tattica, è ipotizzabile anche un’intervista televisiva, o più facilmente sui giornali (dove minore è il rischio di essere fraintesi), in cui Conte apre pubblicamente a Renzi e alle sue proposte, chiedendo al MoVimento 5 Stelle uno “sforzo”, una “prova di maturità”, da interpretarsi come un atto d’amore del Paese.

E’ come se Conte dovesse diventare in pochi giorni il leader “de facto” del MoVimento, senza però entrarvi direttamente, salvo perdita delle caratteristiche che hanno portato Nicola Zingaretti a definirlo “punto di equilibrio credibile” anche per il Pd.

Impresa complicata. Da imbastire in poco tempo. Senza contare le correnti che soffiano non solo contro un rientro di Renzi in maggioranza, ma sottilmente anche contro un suo terzo mandato.

Pure per questo a Conte non sfugge la difficoltà della partita.

Imbuto in cui è andato ad infilarsi per orgoglio e inesperienza. Spirale da cui rischia di venire risucchiato. Potenziale punto di caduta della sua parabola politica.

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