Il viaggio di Matteo Renzi in Arabia Saudita ha sollevato in Italia un polverone di reazioni spesso disinformate, alimentando un moto d’indignazione strumentale alla crisi di governo italiana.

Vediamo di fare chiarezza: Renzi ha commesso un errore di opportunità politica, ma non nel senso che molti avversari del leader di Italia Viva stanno oggi tentando di far passare.

Il quotidiano “Domani”, che per primo ha riportato la notizia della partecipazione di Matteo Renzi al meeting noto come “la Davos nel deserto”, ha sottolineato come sia stridente l’immagine di un leader che apre una crisi di governo e poi vola a Riyad per percepire soldi da uno Stato straniero.

Di più: diversi osservatori stanno notando, non senza ragione, che l’Arabia Saudita sia uno stato che viola quotidianamente i diritti umani e civili della sua popolazione, e che il suo principe ereditario Mohammad bin Salman, sia il mandante riconosciuto dall’Onu dell’omicidio del giornalista dissidente Jamal Kashoggi.

Ora però il punto è un altro: dobbiamo intenderci, se l’Arabia Saudita è lo “stato canaglia” qui sopra descritto – e vi faccio la cortesia di sciogliere il dubbio: lo è – allora dobbiamo avere l’onestà intellettuale di ammettere che dal 1932, anno di nascita del nuovo regno saudita, intratteniamo come Stato italiano rapporti strettissimi con una monarchia criminale.

Parliamo di un giro di scambi nell’ordine di miliardi di euro tra i due Paesi, di approvvigionamento energetico (leggasi alla voce: Eni), di interessi economici, commerciali, financo geopolitici che sembriamo avere tutti d’improvviso dimenticato.

Forse oggi può risultare imbarazzante ricordarlo: ma l’Arabia Saudita è un partner strategico dell’Italia nella regione del Mediterraneo allargato. E lo è soprattutto in ragione del fatto che gli Stati Uniti vedono di buon occhio la presenza di uno Stato che bilanci l’influenza dell’Iran. Sarò più preciso: più che di uno Stato, di una sola famiglia, i Saʿūd appunto, che continueranno ad esistere al potere solo fino a quando gli Usa lo vorranno.

Questa è le realtà. O se preferite la realpolitik. La stessa realpolitik che fa sì che l’Unione Europea paghi puntualmente miliardi di dollari ad un signore di nome Erdogan – non un campione dei diritti umani – perché non riapra il rubinetto dell’immigrazione. La stessa realpolitik – questa sì, vergognosa – che non ha impedito al governo italiano di vendere fregate militari all’Egitto che ha ammazzato un proprio cittadino.

Questo per rendere l’idea del contesto. Nel merito della vicenda Renzi-Arabia Saudita, dunque, si sbaglia direzione degli attacchi.

  • Renzi, sebbene sia un senatore della Repubblica, resta un privato cittadino che può scegliere liberamente come investire il proprio nome e a quali soggetti legarsi. Se mi si chiede se penso sia sbagliato, anche da privato cittadino, legare il proprio nome a quello dell’Arabia Saudita, rispondo: assolutamente sì. Ma i due piani non vanno mai confusi: piaccia o meno l’Arabia Saudita è quello che viene definito “partner strategico” dell’area per l’Italia. E tale resterà fino a quando gli Usa non vorranno diversamente. Stati Uniti che, è bene ricordarlo agli smemorati, sono l’impero che governano la nostra sfera d’influenza. Tradotto: a noi è bandita la cosiddetta “grand strategy”. Evitiamo di pensarci paladini dell’Universo, limitiamoci a difendere il nostro interesse nazionale. Se ne siamo capaci.
  • E’ davvero un problema il “tempismo” dell’intervento di Renzi a Riyad? Crediamo realmente che possa essere Mohammad bin Salman a scegliere se Conte cade o meno? E che l’esito della crisi dipenda dalla conferenza del leader di Italia Viva in Arabia Saudita? Evito di rispondere perché non voglio offendere l’intelligenza del lettore.
  • Renzi fa bene a definire MBS un “grande amico?”. E fa bene ad intrattenere relazioni – a quanto si dice ben remunerate – con un fondo legato a doppio filo con la monarchia saudita? Posso rispondere soltanto a titolo personale e politico, poiché personale è la sua scelta e politiche le sue ricadute: per me no. Io al suo posto avrei cercato altri contesti per fare il conferenziere. E aggiungo: avrei avuto semplicemente la pelle d’oca a trovarmi di fronte al sorriso accondiscendente di un assassino leader di un regime autoritario.

La stessa pelle d’oca, però, la provo nel notare come questa vicenda – per certi versi sicuramente imbarazzante – venga strumentalizzata con il chiaro fine di delegittimare in patria un leader politico. Il tutto al fine di indirizzare in un senso più gradito la crisi di governo italiana.

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