Gioco, partita, incontro: così Renzi ha stravinto la crisi

Alla fine non è nemmeno più questo l’importante. Non conta se quello di Renzi fosse stato un piano studiato nei dettagli per portare alla rottura della maggioranza e alla sostituzione di Conte, o se invece la crisi sia rotolata a valle come una valanga imprevista, che nessuno avrebbe potuto arrestare.

Quel che conta è la cronaca, non i retroscena, e questa ci dice che Matteo Renzi ha portato a spasso Pd, 5 Stelle, Conte, Leu, chi più ne ha più ne metta, beneficiando di una cosa che si chiama intelligenza politica: la capacità di leggere prima degli altri gli scenari, di giocare le proprie mosse in funzione di questi. Sempre un passo avanti (almeno), sempre alla conduzione della crisi, mai al traino.

Ecco perché non è stato ieri che Matteo Renzi ha stravinto la crisi. Non è stato, cioè, quando l’impossibilità di arrivare a trovare una quadra sui contenuti e sui nomi è emersa in tutta la sua chiarezza. Bensì molto prima. Nel momento esatto in cui il leader di Italia Viva, poco ascoltato, nelle interviste che concedeva inseriva sommessamente la seguente formula: “All’ipotesi del voto non credo”.

Conosceva l’istinto di auto-conservazione del Parlamento, ma pure il modo di pensare di Sergio Mattarella, la sua ritrosia a far precipitare il Paese ad elezioni in un momento tanto delicato dal punto di vista sanitario, politico e sociale.

Così, come colui che gioca senza lacci, libero perché privo della paura di perdere, Renzi è stato nelle condizioni di vincere la partita. Ha infatti compreso di trovarsi nella situazione ideale: o un governo politico alle sue richieste o un governo con dentro tutti ma senza Conte.

Dividendi politici che ha potuto incassare non per grazia ricevuta, ma per gli altrui errori.

Se ancora oggi Conte si domanda se abbia sbagliato a dimettersi dando modo a Matteo Renzi di farlo fuori, è evidente che al quasi-ex-premier sfugga il nodo politico della partita, persa evidentemente prima dell’apertura formale della crisi.

Se Conte avesse risposto alla lettera di Renzi contenente le decine di osservazioni al Recovery Plan, se alla conferenza di fine anno non avesse minacciato di parlamentarizzare la crisi, se una volta consumato lo strappo non avesse imposto e poi ritirato un veto su di lui, se non fosse andato a caccia di responsabili, se avesse evitato la conta in Parlamento. Se, se, se…senza tutti questi “se”, molto semplicemente, Matteo Renzi non avrebbe avuto il terreno politico per aprire la crisi. Anche questa è la cronaca che vince sulle dietrologie e sulle veline.

Allora chissà se ieri sera, quando dal Quirinale hanno annunciato la convocazione di Mario Draghi, Matteo Renzi ha ripensato alle parole di Massimo D’Alema: “Non si manda via l’uomo più popolare del Paese per fare un favore a quello più impopolare”. Chissà se ha pensato che forse a Palazzo Chigi arriverà ora davvero l’uomo più popolare, e non per fare un favore a lui – che impopolare lo è sul serio- ma ad un Paese allo stremo, sull’orlo del default politico.

Chissà, insomma, se guardandosi allo specchio avranno prevalso le accuse e gli insulti di questi giorni, o invece l’intima consapevolezza di aver contribuito a regalare all’Italia due statisti del calibro di Sergio Mattarella e Mario Draghi.

Perché pure questa è cronaca. La stessa che prende nota: gioco, partita, incontro. Ha vinto Renzi.

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