Quando Luigi Di Maio, in assemblea coi parlamentari M5s e poi di nuovo su Facebook, dichiara che “adesso serve un governo politico”, è inevitabile che la prima reazione di un osservatore esterno sia quella di essere stato d’improvviso catapultato su Marte. Segue il tentativo di darsi un pizzicotto, nella speranza che sia tutto un (in)credibile incubo, ma l’ex capo politico del MoVimento rincara la dose, spiegando che “il punto non è Draghi, ma la strada da intraprendere a mio avviso è un’altra”.

Sipario.

A 24 ore dall’accorato appello del presidente Mattarella a sostenere Mario Draghi, l’idea che Luigi Di Maio avesse atteso a parlare perché in procinto di riportare i grillini delusi dalla cacciata di Conte sulla strada della ragione, che volesse condurli alla consapevolezza che una fase si è chiusa e non può più tornare, naufraga definitivamente.

Tornano così in mente quelle che in psicologia vengono definite le 5 fasi di Kübler Ross, ovvero i momenti che caratterizzano il processo di elaborazione del lutto, in questo caso la dipartita politica di Giuseppe Conte.

Luigi Di Maio sembra essere ampiamente calato nella prima fase, quella della negazione. Fatica ad accettare che il premier sia caduto, o forse, meglio, che il MoVimento non dia più le carte: così propone la soluzione di un governo politico, come se i cocci potessero ancora rimettersi insieme.

Altri, come il capogruppo al Senato Perilli, sembrano essere almeno un passo avanti, alla seconda fase, quella della rabbia. Così si spiega il battibecco al quale il grillino dà vita con un incredulo Enrico Mentana, costretto a ricordare all’interlocutore che dice no ad un tecnico alla Draghi, che Giuseppe Conte altro non era che un tecnico (un tempo faceva il professore), e che poco importa che continui a rimarcare che a farlo cadere sia stato l’uomo più impopolare del Paese: questi aveva i numeri, Conte no.

Restano altre tre fasi da elaborare: la prossima sarà forse la più importante. E’ quella della “contrattazione“, anche detta del “patteggiamento“. Dinanzi ad uno shock come la caduta di Conte, cui si aggiunge la perdita di centralità politica, il MoVimento 5 Stelle dovrà fare un esame di realtà, venire a patti con l’amara verità di un Recovery Plan riscritto e gestito da Draghi, cui si aggiungerà il rammarico dei tanti ministeri perduti.

Poi subentrerà la quarta fase, quella della depressione, caratterizzata dalla consapevolezza dell’inevitabilità della crisi, ma anche da uno scoramento generale diffuso, da una sensazione di inestinguibile nostalgia per i “fasti” pentastellati.

Infine, l’ultima fase: quella dell’accettazione. E’ questo il momento in cui la perdita viene elaborata, la differente condizione metabolizzata.

Si dice che per un essere umano questo processo duri in media 18 mesi.

C’è da sperare i grillini brucino le tappe. Mario Draghi non aspetta.

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