Conte parla da capo politico del MoVimento 5 Stelle

L’ostentata serenità è quella tipica degli sconfitti che mostrano il sorriso migliore, mentre intanto masticano amaro. Il ritardo rispetto all’ora indicata per le dichiarazioni alla stampa è consuetudine cui il premier dimissionario c’ha abituati. E neanche è inattesa la stoccata velenosa che riserva a chi della sua caduta è l’artefice: così la distinzione tra partiti leali e non, come la richiesta di “cercare i sabotatori altrove”, diventano i segni che la ferita ancora è fresca, e per questo ancora brucia.

Ma Giuseppe Conte, sebbene con ritardo, fa ciò che andava fatto. Istituzionalmente e politicamente. Per intenderci: non si barrica a Palazzo Chigi come il suo amico Donald Trump ha più o meno fatto alla Casa Bianca. Almeno non oltre la soglia del ridicolo. Soprattutto, preso atto del k.o., non si ostina a negare l’evidenza, al contrario stende tappeti rossi all’arrivo di Mario Draghi, consapevole che nella vita anche saper perdere ha la sua importanza.

Ed è facendo buon viso a cattivo gioco che Giuseppe Conte può marcare due passaggi politicamente significativi. Il primo è quello in cui auspica la formazione di un governo politico, “solido e coeso”, perché – dice – è di “scelte eminentemente politiche” che il Paese ha bisogno per uscire dalla crisi. In queste parole c’è la chiara indicazione alla coalizione che lo ha sostenuto ad appoggiare il governo Draghi per entrarvi. Ad una condizione, appunto questa: che di governo politico si tratti.

Conscio che i vuoti si riempiono per averlo appena sperimentato sulla sua pelle, Conte capisce che lasciare Mario Draghi al centrodestra porrebbe lo schieramento di cui è stato leader dalla parte sbagliata della storia repubblicana. Così propone di marcare il territorio, magari nella speranza di spaccare l’altro fronte, di far venire a galla le differenze di vedute tra Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia. Per spaccare l’altro campo: mossa della quale beneficiare nei mesi a venire.

Sì, ma come? Forse – ed è questo l’altro spunto – da nuovo capo politico del MoVimento 5 Stelle. E’ a loro che riserva la carezza più calorosa: “Io ci sono e ci sarò“, assicura, di fatto lanciando un’Opa sul MoVimento. Non è chiaro quanto concordata con Di Maio e gli altri big, se dunque si tratti o meno di scalata ostile.

Quel che è certo è che Conte disegna il perimetro della coalizione che ambisce nuovamente a guidare, suggerendo agli “amici di Pd e Leu” di non disperdere il lavoro fatto insieme. Quasi a voler confermare, come fece in un’intervista nel Natale 2019, che proprio non si vede nelle vesti di “novello Cincinnato“: nell’agone politico è entrato per restarvi. Una promessa o una minaccia, a seconda dei punti di vista.

Arriva così la chiusura di un cerchio, nelle sue speranze l’inizio di un altro. Ma proprio nella presa sul MoVimento, nel suo traghettamento a forza politica matura – ardua impresa viste le pulsioni che la scuotono – già si intravede la prima debolezza del Conte 2.0.

Se diventasse capo politico del M5s, Nicola Zingaretti lo definirebbe ancora “punto di equilibrio” e “punto fortissimo di riferimento di tutte le forze progressiste”?

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