Quando Nicola Zingaretti, nel corso delle consultazioni, ha sottilmente suggerito a Mario Draghi che una maggioranza larga, estesa per intenderci anche alla Lega, avrebbe avuto come effetto collaterale quello di far perdere coesione all’azione di governo, l’ex governatore della BCE ha risposto impassibile: “Farò io la sintesi”. Come dire: discorso chiuso, se avete altro da sottopormi bene, altrimenti andate pure e buona giornata.

Guai a confondere quello di Mario Draghi con arrogante solipsismo, trattasi piuttosto di rassicurante consapevolezza di sé, del proprio ruolo e della propria stazza.

Quando presenterà, a partire da oggi, il programma che ha pensato per salvare l’Italia, chiederà ai partiti chi ci sta: soltanto dopo si inizierà a parlare di squadra, di ministri e nomi, di assetti ed equilibri interni. Anche in questo caso nella certezza di essere “too big to fail”, troppo grande per fallire, per vedersi sbarrata la porta in faccia dai rancori latenti tra forze politiche.

Non possono dunque non meravigliare le parole ieri pronunciate da Giuseppe Conte nel corso dell’assemblea dei parlamentari M5s: “Io temo molto la presenza della Lega: è difficile in questa fase, dire alcuni non li volgiamo, però ci sono dei margini per cui in modo astuto ci possiamo arrivare“.

L’astuzia starebbe nell’assicurare il proprio sostegno ponendo come condizione che vengano messi nel programma temi indigeribili alla Lega. Di fatto nel tentativo di formare non un governo di unità nazionale, ma una conventio ad excludendum di stampo politico, ignorando bellamente le indicazioni del capo dello Stato.

Quanto Mario Draghi non accetterà mai di fare. Per storia: perché uomo dei partiti non è mai stato e non ha intenzione di diventare. Per indole: perché all’autonomia di pensiero non intende rinunciare. Per rispetto: perché il presidente Mattarella gli ha affidato un tipo di incarico che lui ha pienamente compreso, altri meno. Per amor proprio: perché in gioco c’è il prestigio del suo nome.

Per questo i tentativi di mettere il cappello politico sull’operazione Draghi sono destinati a fallire. Sterili illusioni di una classe politica arrivata al default, non sull’orlo del baratro bensì dentro. Miopi obiettivi di chi pensa di poter imporre le sue logiche ad un uomo di diverso spessore. Ennesima conferma della bontà della scelta di Mattarella: solo Draghi poteva salvarci. C’è da avere fiducia che lo farà: senza tutori e commissari, da battitore libero.

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