Trump in salvo dal passato, non dal suo futuro

Dalla sua fastosa residenza in Florida, Donald Trump paventa la possibilità di un “to be continued” alla sua esperienza politica. Il “nostro grande movimento è soltanto all’inizio“, dichiara dopo l’assoluzione ottenuta al processo di impeachment. Con 57 voti a favore della condanna e 43 contrari, la fredda legge dei numeri ha avuto la meglio sul “wishful thinking” di Nancy Pelosi. Ma c’è differenza tra vittoria politica e vittoria aritmetica.

Ciò che non è cambiato dal 3 novembre ad oggi è il consenso di cui Trump gode nella base del Partito Repubblicano. La sua percentuale di gradimento, anche dopo i fatti di Capitol Hill, rimane intorno al 90% tra gli elettori del Gop. Si spiega così la titubanza dei dirigenti del partito dell’elefantino a scaricare il leader, la sudditanza psicologica che un ex presidente appena sconfitto nelle urne è ancora in grado di esercitare.

Non è un caso che il potente senatore della Carolina del Sud, Lindsey Graham, tra i maggiorenti del Partito Repubblicano, abbia annunciato un incontro a stretto giro per discutere il futuro del Gop e quello di Donald Trump. Meeting nel quale il tycoon chiarirà l’intento di punire quelli che lui bolla come infedeli, di sostenere alle elezioni di metà mandato unicamente i candidati fedeli alla sua dottrina.

Proprio questo è l’oggetto della “rivoluzione silenziosa” immaginata da Mitch McConnel, il leader di maggioranza che dopo aver votato a favore dell’assoluzione, adducendo ragioni di mera legittimità costituzionale, ha chiarito come “non c’è dubbio, nessuno, che il presidente Trump è praticamente e moralmente responsabile di aver provocato gli eventi del giorno“.

L’obiettivo dei prossimi mesi, se non anni, sarà quello di fare di Trump una sorta di rockstar del Partito, un padre chissà poi quanto nobile da sfruttare come icona, ma a debita distanza.

In che modo? Ad esempio sostenendo, politicamente ed economicamente, i candidati moderati, nella speranza di ridisegnare l’anima dei Repubblicani. Ignorando che essa è stata già corrotta da quattro anni di Trump, che l’elettorato lo ha scelto non perché biondo e con gli occhi azzurri, ma in quanto interprete di una precisa linea politica.

Sterilizzare le ambizioni personali di Trump senza rompere con lui, dissociarsi dalla sua condotta senza rinunciare ai suoi voti: questa la strada stretta dei Repubblicani d’America. Immaginando di poter contare anche su una presa di coscienza di Trump: sul fatto che voglia agitare la possibilità di una nuova corsa alla Casa Bianca non per correrla sul serio – giacché perderebbe – ma solo per mettersi al riparo da guai giudiziari, per assicurarsi che gli apparati non vogliano infierire sul suo conto, timorosi che un leader così popolare possa promuovere una frattura non più rimarginabile.

Con il rischio, impossibile da escludere, che una manovra del genere possa alla lunga sfociare in uno scisma. Di Trump dal Gop o dei moderati del partito dai Repubblicani egemonizzati dal trumpismo. In entrambi i casi andando incontro alla sconfitta, se non all’irrilevanza.

Per sommo gaudio dei Democratici, chiamati a non fare troppi danni: a ricordare quelli prodotti da Trump, a mettere in guardia dal rischio di un nuovo attacco alle istituzioni. Senza dimenticare di governare, troppo presi dalla demonizzazione di un avversario col passato in salvo, ma dal futuro compromesso.

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