Con l’etichetta di “predestinato”, Franco Gabrielli convive ormai da anni. Precisamente dal 2003, da quando il compianto ex capo della Polizia di Stato, Antonio Manganelli, preconizzò per lui un ruolo di primo piano nelle istituzioni. Giusta intuizione, evidente fiuto da poliziotto: soltanto 3 anni più tardi, nel 2006, Franco Gabrielli sarebbe diventato a soli 46 anni il più giovane direttore dell’agenzia per il Servizio interno, ieri Sisde, oggi Aisi.

Prima puntata tra le vette, approdo di una lunga scalata iniziata nella Digos degli anni Ottanta, nell’epoca caratterizzata dalle indagini sul terrorismo italiano, sulle nuove Brigate Rosse, sulle stragi di mafia del 1993, culminate con gli arresti dei responsabili degli omicidi D’Antona, Petri e Biagi.

Incarichi pesanti, uno dietro l’altro, per il “predestinato”. Da prefetto dell’Aquila, squassata dal sisma del 2009, passando l’anno dopo al ruolo di capo della Protezione Civile nel post-Bertolaso, chiamato a smantellare in mondovisione ciò che restava della Costa Concordia e di una vergogna tutta italiana. Per arrivare, nel 2015, alla nomina a prefetto di Roma nel pieno imperversare della bufera di Mafia Capitale.

Nel 2016 la profezia di Manganelli sembra prendere definitivamente forma: Franco Gabrielli viene nominato capo della Polizia di Stato, numero uno delle forze dell’ordine (riconfermato 3 volte), rappresentante di quella divisa da sempre vissuta come “un sogno“, tale da portarlo in gioventù a prendere strade differenti da quelle degli amici, che in una Regione come la Toscana declinavano in maniera fisiologica l’impegno sociale in impegno politico.

E’ da capo della Polizia che Gabrielli ha il coraggio di prendere le distanze dal peccato originale più recente del corpo dello Stato che ha l’onore di guidare: il G8 di Genova. Dice che “la nottata non è mai passata” e “se io fossi stato De Gennaro (l’allora capo della polizia, nda) mi sarei dimesso. Per il bene della Polizia“.

Si intravede in questa frase il tratto tipico dell’uomo: quell’indipendenza più volte rivendicata come indispensabile per lo svolgimento delle sue mansioni. La stessa che lo porta, con Salvini ministro dell’Interno, a rimarcare che “noi siamo la Polizia di Stato, non una polizia privata al servizio di questo o quel ministro“. Sottolineatura ovvia, si dirà, ma politicamente pesante, soprattutto se calata nel contesto di quei mesi.

A lui, Mario Draghi, ha affidato una delle deleghe più delicate di questa stagione: quella ai Servizi. Pomo della discordia dell’ultimo governo Conte, costato all’ex premier l’appoggio degli Stati Uniti e forse pure Palazzo Chigi.

Ruolo tagliato su misura per Gabrielli. Non fosse altro che per i rischi di tensioni sociali alle porte ben conosciuti dal prefetto, per la conoscenza del sistema dal di dentro, per la capacità di individuare e rispondere alle minacce provenienti dall’esterno affinata negli anni.

Si tratterà, di fatto, di essere semplicemente Franco Gabrielli: il più “politico” – attenzione, non il più politicizzato – dei superpoliziotti.

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