Quando, nel 2017, Fabrizio Curcio si trovò nella complicata condizione di dover lasciare la “sua” Protezione Civile per “motivi strettamente personali“, fu l’ex sindaco di Amatrice, Sergio Pirozzi, a riservargli uno dei tributi più belli e appaganti, dichiarando pubblicamente che a quell’uomo stempiato e con gli occhiali, nei mesi precedenti finito nell’occhio del ciclone per la gestione del post-terremoto del Centro Italia, lui sarebbe stato “grato per tutta la vita“.

Di fatto il riconoscimento al proprio lavoro dopo le tante critiche (alcune giuste, altre molto meno), che Fabrizio Curcio aveva incassato mettendoci la faccia, anche quando a mettere la faccia avrebbero dovuto essere altri.

Il suo ritorno alla guida della Protezione Civile, alla scadenza del mandato di Angelo Borrelli, segna la volontà del governo Draghi di riequilibrare la catena di comando dell’emergenza, sottraendo competenze all’ultra-commissario Domenico Arcuri, rianimando un Dipartimento che indole e competenze di Borrelli (un rispettabile dottore commercialista, un mite revisore dei conti) hanno relegato all’ininfluenza quando ce ne sarebbe stato maggiormente bisogno.

In controluce, senza particolari sforzi, è possibile intravedere dietro la scelta di Curcio la firma di Franco Gabrielli, il neo-sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega ai Servizi. Lo stesso Franco Gabrielli che ebbe modo di conoscere e apprezzare le capacità operative di Curcio ai tempi del terremoto dell’Aquila.

In quel tragico 2009 Gabrielli era infatti prefetto del centro abruzzese squassato dal sisma, mentre Curcio, alle dipendenze di Guido Bertolaso, era l’uomo macchina della crisi, il capo della sezione “Gestione Emergenze” della Protezione Civile.

Un feeling, quello tra i due, cementato al punto che proprio Gabrielli, alla scadenza del suo mandato alla guida del Dipartimento nel 2015, prima di venire nominato prefetto di Roma, caldeggiò per la sua successione proprio il nome di Curcio.

Chiamato a far parte della struttura della Protezione Civile nel 2007 da Sergio Bertolaso, Fabrizio Curcio è figlio di una stagione in cui il protagonismo del Dipartimento ha toccato picchi mai più registrati. Del cosiddetto “modello Bertolaso”, caratterizzato da una struttura espressamente verticistica, Curcio è stato figura centrale.

Non che la sua nomina significhi avere oggi alla guida della Protezione Civile un alter-ego del “mister Emergenze” per antonomasia. Questione di carisma, di carattere. Non è un caso che il suo stesso maestro, Guido Bertolaso, nei giorni della ricostruzione post-sisma gli rimproverò certe scelte, come quella di aver accettato la convivenza con il commissario Errani, non mancando di rinfacciargli anche alcuni errori sul fronte della prevenzione.

Bacchettata da maestro ad ex allievo, nota sul registro per non aver ereditato dopo anni a stretto gomito lo stile del comando.

Acqua comunque passata. Se è vero che oggi, commentando la fresca nomina di Curcio, proprio Bertolaso, ostentando stupore, abbia commentato: “Non posso che essere contento per lui. Certo che fa parte di quella squadra, di un modello. Ma non dite che è il mio allievo. Non mettetelo nel suo cv. Altrimenti gli saltano addosso. Vado a lavorare. Quelli come Bertolaso fanno così“.

Lo farà anche Curcio, il “diversamente Bertolaso” chiamato a ridare alla Protezione Civile il ruolo che le spetta.

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