Al conclave grillino sulla terrazza dell’Hotel Forum, Giuseppe Conte è entrato Papa ed è uscito Papa emerito. Sebbene manchino ancora i crismi dell’ufficialità, al netto di comunicati stampa assenti su quello che sarà il futuro del MoVimento 5 Stelle, è ormai deciso che l’ex premier assumerà il titolo di capo “ad hoc” pentastellato. Questa la formula gassosa pensata per paracadutare la leadership dell’avvocato sul variegato universo grillino, con la votazione su Rousseau chiamata in ogni caso a bollinare, come di consueto, le scelte dei vertici.

Giuseppe Conte, dal canto suo, per dire sì all’incarico ha fatto pesare – pur togliendola dal tavolo – l’opzione di un suo partito (“Nonostante molti me lo abbiano chiesto“), così lasciando intendere che la condizione irrinunciabile per accettare il ruolo propostogli fosse quella di avere totale libertà d’azione nella “vera ricostruzione” del Movimento. Una versione edulcorata – e ristretta – dei “pieni poteri” chiesti a suo tempo da un ex sodale dell’avvocato.

Così come addolcita è la versione della politica che Conte ha sostenuto di voler attuare una volta alla testa del MoVimento: una forma di “populismo sano“, “gentile“, da svolgere saldamente nel campo del centrosinistra. Così a suggerire, però, che la definizione di “governo populista” rivendicata ai tempi del governo gialloverde, poi sconfessata all’epoca del Conte II, non fosse un’esigenza figlia di alleanze scomode, ma un evidente convincimento dell’autoproclamato “avvocato del popolo”.

Per quanto non ancora scritta nella pietra, la nomina di Conte a leader M5s sortirà un effetto domino sulla politica italiana, almeno per quel che riguarda il campo del centrosinistra. Basta pensare al Pd, dove gli attacchi indirizzati in questi giorni a Nicola Zingaretti sono il sintomo dell’insofferenza che una cospicua porzione del partito nutre rispetto all’allegra subalternità ai grillini che è la maggiore eredità di questa segreteria.

Proprio sul sistema di future alleanze, e di fatto sulla vocazione del Pd di domani – al bivio tra riformismo e populismo – si giocherà il prossimo Congresso. Da una parte Zingaretti e Bettini, dall’altra Bonaccini e coloro che guardano a Calenda e Renzi piuttosto che alla prospettiva di morire contiani.

Questo passaggio obbligato nel Pd, allo stesso modo, si rifletterà sul destino dell’ala di fuoriusciti grillini che oggi fa capo ad Alessandro Di Battista. L’ex attivista M5s, professatosi strenuo difensore di Conte ai tempi della crisi, difficilmente potrà percorrere una strada solitaria. Essere più realista del re è un’opzione che non paga. Per questo, nel caso in cui ad avere la meglio fosse la linea Zingaretti, quella che per intenderci guarda a Conte come ad una “carta decisiva del fronte democratico”, Di Battista verrebbe riaccolto come “figliol prodigo” all’interno del MoVimento, ben felice di evitare una nuova emorragia di voti dopo quella causata dagli anni al governo.

Quasi che la nomina di Conte a capo unico del MoVimento fosse la continuazione della crisi di governo appena conclusa. Resa dei conti finale con chi ha osato mettere in discussione il “punto fortissimo di riferimento di tutte le forze progressiste“.

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