Le dimissioni da segretario Pd annunciate su Facebook da Nicola Zingaretti sono sì un fulmine, ma non a ciel sereno. Lo scontro latente tra il leader dimissionario e “Base Riformista”, la corrente che fa capo a Lorenzo Guerini, aveva raggiunto da settimane un livello d’elettricità preoccupante. Nel pomeriggio di oggi c’è stata la scossa.

La palla, adesso, come anticipato dallo stesso Zingaretti, passa all’Assemblea Nazionale Pd, prevista per il 13 e 14 marzo.

Lo Statuto dem in tal senso parla chiaro. Articolo 5, Comma 4: “Qualora il Segretario cessi dalla carica, prima del termine del suo mandato, l’Assemblea può eleggere un nuovo Segretario per la parte restante del mandato ovvero determinare lo scioglimento anticipato dell’Assemblea stessa“.

Ci troviamo di fatto dinanzi ad uno “scenario Martina“: sul tavolo c’è l’ipotesi di un reggente che faccia da traghettatore verso il nuovo Congresso, con primarie anticipate rispetto alla scadenza naturale del 2023 (sì, sembra trascorso un secolo, ma Zingaretti è stato eletto soltanto nel 2019). Questa opzione, a giudizio di chi scrive, è debole. I tempi che viviamo, la particolare condizione di un partito chiamato a governare con la sua antitesi (la Lega) in un governo di unità nazionale, impongono una leadership salda.

Si potrebbe controbattere che per essere arrivato a tanto, neanche quella di Nicola Zingaretti lo è. Vero, ma è difficile immaginare che il Partito Democratico, ovvero un partito che pensa a se stesso come al Partito della Nazione, dia vita in una fase così delicata per il Paese ad una resa dei conti totalmente scollegata dalla tragica realtà in cui viviamo.

Lo stesso Stefano Bonaccini, il campione indicato dall’ala moderata dem per spezzare le catene della subalternità al grillismo, non ha alcun interesse, in questa fase, a prestarsi ad uno scontro all’ultimo sangue o all’ultimo voto. Non c’è il clima per innescare una conta (di questo si tratterebbe), a maggior ragione dopo le dimissioni di Zingaretti, che con la sua denuncia a mezzo social ha posto l’accento sulla lotta fratricida in corso nel partito: dal giorno della sua fondazione, unico vero motivo di continuità nel Pd.

Cosa aspettarsi, dunque? Dovessi puntare i miei 5 centesimi adesso – apprezzate il rischio di sfidare la schizofrenia democratica – direi che l’Assemblea Nazionale respingerà le dimissioni di Zingaretti. Il segretario rischia così di aver giocato la migliore mossa tattica per la sopravvivenza della sua segreteria: da un lato compattando il fronte che lo sostiene, forte anche della spinta emotiva degli elettori che in questi minuti si stanno schierando dalla sua parte, stanchi delle guerre di potere, per il potere, all’interno del Partito Democratico. Dall’altra ottenendo una tregua con gli oppositori interni: di fatto lo stop ai reciproci bombardamenti per un periodo di tempo limitato. Magari in cambio di un accordo per accelerare il processo verso le primarie.

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