Il tweet con cui ieri ha annunciato “48 ore di riflessione” per poi decidere sulla richiesta di diventare nuovo segretario del Pd è il modo che Enrico Letta ha deciso per preparare il terreno all’atterraggio sul Pianeta Democratico. Galassia in costante entropia, universo attraversato da correnti spesso infide, sistema ostile ai suoi stessi abitanti.

Non avrebbe altrimenti dichiarato alcunché, per non danneggiare quella che continua a considerare “casa”, non dopo che il segretario dimissionario Zingaretti ha avuto l’ardire di ammettere “il vomito” suscitatogli dal partito che ha avuto l’onore e l’onere di plasmare in questi anni.

E’ lecito dunque domandarsi cosa sarà del Pd con Letta segretario, quale sarà soprattutto la sua strategia, da non confondere con la tattica.

Per assicurare i voti della “sua” maggioranza all’ex allievo di Andreatta, Nicola Zingaretti ha rassicurato che “Enrico condivide la mia stessa linea politica“. Ciò significa che il Pd non rinuncerà alla coalizione con il MoVimento 5 Stelle a guida Giuseppe Conte.

Dinanzi a strategia immutata, Enrico Letta tenterà di apportare alcune migliorie alla tattica “dem”.

In quella che potrebbe essere definita “alleanza degli ex premier“, in relazione al passato comune a Palazzo Chigi di Letta e Conte, obiettivo del professore di Sciences Po sarà quello di uscire dalla subalternità al grillismo, nella consapevolezza che alla prossime Politiche – con Conte non più spendibile nel ruolo di federatore dopo aver scelto di indossare la casacca M5s a tempo pieno – a fare il presidente del Consiglio in caso di vittoria del centrosinistra sarà il leader dello schieramento che prenderà un voto in più del partner/competitor.

Semplice dunque attendersi alcune uscite spigolose da qui ai prossimi mesi, per rivendicare il primato del Pd come casa degli europeisti, per (ri)affermare centralità nel governo Draghi, non mancando di pungere l’alleato grillino su quella definizione di “populismo sano” e “gentile” che Conte ha dichiarato di voler perseguire.

Espedienti narrativi che non muteranno la sostanza del Pd a guida Letta, saldamente alleato dei 5 Stelle.

Rispetto agli altri soggetti ascrivibili alla coalizione di centrosinistra è pressoché scontato un riavvicinamento tra il Partito Democratico e Articolo Uno, con Bersani legato a Letta da un rapporto personale importante, con Speranza reduce dalla richiesta non casuale di “rifondare una sinistra larga e plurale“.

Impossibile un ricongiungimento con Matteo Renzi, nemico comune tanto di Letta quanto di Conte, collante imprescindibile della coalizione, neanche fosse il Berlusconi degli anni Novanta e 2000 agli occhi dei post-comunisti.

Più difficile capire come il milanista di Pisa si muoverà con l’universo riformista che guarda a Calenda, nemico giurato del grillismo, ma già viceministro nel governo del segretario dem in pectore, nonché destinatario di endorsement da parte di quest’ultimo ai tempi dell’annuncio della candidatura a sindaco di Roma.

Nodi da provare a sciogliere nei prossimi mesi, non nell’immediato. Quando si dipaneranno gli effetti del vero sbarco alieno sulla politica italiana: quello di Mario Draghi.

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