Ha pronunciato buone parole, Enrico Letta, nel discorso che ha preceduto la sua elezione a segretario del Partito Democratico. Buone, intese come giuste, come dovute, come indicate al ruolo che da oggi è chiamato a svolgere. E il fatto che una certa destra, subito dopo il suo intervento, abbia iniziato scalciare, ne è la prova.

  1. Babele Pd. Non è stato indulgente col Partito che lo ha richiamato in fretta e furia dalla Francia. Ha reclamato la sua indipendenza (“Arrivo da persona libera“), rivendicato l’orgoglio di tornare nell’agone (“Ho scelto di occuparmi del partito“), e in nessun passaggio è stato tenero nei confronti della classe dirigente dem. Non quando ha ricordato la tendenza del partito a guardare il proprio ombelico piuttosto che la società; non quando ha posto l’accento sul peso – pressoché nullo – che le donne hanno nella vita di partito; non quando ha denunciato l’impressione che ricava chiunque pensi al Pd, quella di una “Torre di Babele“, un luogo in cui ognuno parla una lingua diversa dagli altri; non quando ha citato Sartre, affermando che “l’identità è per metà quello che siamo e per metà quello che vedono gli altri“. Un passaggio racchiuso dalla frase: “Non vi serve un nuovo segretario, vi serve un nuovo Pd“.
  2. Anima e cacciavite. Enrico Letta ha usato una metafora molto riuscita, quando ha detto che il Pd dev’essere in grado di “mettere insieme l’anima e il cacciavite“. Ha rivolto di fatto un invito ai compagni di partito che non hanno abbandonato la fase adolescenziale, a quelli che inseguono irraggiungibili chimere, a passare dall’idealismo al pragmatismo, perché “se siamo solo anima non faremo in modo che le nostre idee diventino un avanzamento positivo“. La ricetta, secondo Letta , è la seguente: “Progressisti nei valori, riformisti nel metodo, radicalità nei comportamenti“.
  3. Giovani. Li ha citati tante volte. Ha detto di averli nel cuore, aggiungendo che l’esperienza fatta insieme a loro, quella dell’insegnamento, è stata la più bella della sua vita. Ma Enrico Letta ha detto una cosa anche più importante: “Non dobbiamo essere il partito che parla dei giovani. Noi dobbiamo essere il partito che fa parlare i giovani“. In questo contesto si inserisce la proposta di aprire al voto ai 16enni. Ma sul mantenimento di questo impegno, far parlare i giovani, dovrà essere soprattutto giudicata la sua segreteria: se davvero Enrico Letta sarà in grado di attrarre i giovani nel partito, svecchiandolo, facendosi “contagiare” dal loro entusiasmo, dalla loro passione, allora avrà ottenuto un grande risultato.
  4. Niente di personale.In sette giorni ho ricevuto più telefonate e messaggi che in sette anni di vita. Non mi stupisco, perché la vita è fatta così“. Letta chiarisce di non essere un pivellino, di essere consapevole che la vita, a maggior ragione la vita politica, è fatta di stagioni, di trionfi e cadute, di gente che sale e scende dal carro. Nessun conto in sospeso da saldare, almeno a parole. Si può stare sereni.
  5. Il Pd non è il Partito della Nazione. Tra i passaggi politicamente più significativi, nonché di maggiore discontinuità con il recente passato del Pd, c’è quello in cui Enrico Letta ha rivendicato un punto: “Noi non dobbiamo essere la Protezione civile della politica, cioè il partito che è costretto ad andare al potere perché sennò gli altri sbandano. Perché se lo facciamo diventiamo il partito del potere e se lo diventiamo noi moriamo“. Di fatto Letta smentisce una volta per tutti il teorema presuntuoso affermato da alcuni dirigenti democratici, quello per cui il Pd deve governi a tutti i costi, quello che immagina se stesso come il Partito della Nazione. Al contrario: “Dobbiamo cercare di andare al governo con le nostre idee, vincendo le elezioni, ma queste si vincono se non si ha paura di perdere“.
  6. Ius soli. Il passaggio che ha fatto gridare allo scandalo: “Voglio rilanciare lo Ius soli. Credo che sarebbe una buona cosa se il governo Draghi, il governo del tutti insieme, sia quello di una normativa sullo Ius Soli“. Il fatto che sia stato alcuni anni all’estero non fa di Enrico Letta uno sprovveduto al punto da non sapere che questa proposta, con la Lega al governo, non passerà mai e poi mai. Si tratta di una bandiera, una battaglia identitaria, se vogliamo anche un accenno di sfida al MoVimento 5 Stelle: quello a guida Di Maio era fermamente contrario allo ius soli, quello di Giuseppe Conte?
  7. Coalizione, centrosinistra e M5s. Per certi versi sorprendente il passaggio dedicato alle alleanze. Letta ha detto di essere un fervente sostenitore dell’importanza delle coalizioni: “Noi abbiamo vinto e governato quando abbiamo fatto coalizione: con Prodi nel 1996 e nel 2006“. Ma è interessante soprattutto capire a chi guarda Enrico Letta per “ricostruire un nuovo centrosinistra, su iniziativa e leadership del Pd“. Ci sono i nomi: “Parlerò con tutti: Roberto Speranza, Emma Bonino, Carlo Calenda, Matteo Renzi, Angelo Bonelli, Nicola Fratoianni“. Di fatto Letta non sembra porre veti, neanche al nemico Renzi: un segno di maturità per chi è chiamato a guidare un partito che per vincere dovrà farsi inclusivo. Ma soprattutto, ascoltando con attenzione le parole di Letta, si nota un forte segno di discontinuità rispetto al passato: “Questo nostro centrosinistra andrà all’incontro con i 5 Stelle guidati da Conte: non sapremo come sarà quel Movimento“. Ecco, la più grande sorpresa politica del discorso di Enrico Letta è proprio questa: se con Zingaretti il nuovo centrosinistra era quello Pd-M5s, oggi il nuovo segretario lascia intendere di voler prima ricostruire il suo campo d’appartenenza, archiviando la stagione della subalternità al grillismo. Questa sì che sarebbe una storia che meriterebbe di essere Letta.

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