“Putin assassino”: cosa c’è dietro l’attacco di Biden alla Russia

Joe Biden non ha mai amato Vladimir Putin. Lo sguardo del signore del Cremlino non ha fatto breccia nel cuore di Joseph Robinette Biden Jr da Scranton, Pennsylvania, così come accadde ad un altro inquilino della Casa Bianca, George W. Bush. Questi, dopo il primo incontro con il presidente russo, disse testualmente di essere “riuscito a cogliere la sua anima”.

A tali parole, Joe Biden, racconta di essersi rifatto in occasione di un colloquio sul filo della tensione in quel di Mosca: “Signor primo ministro“, disse l’allora vicepresidente Biden a Putin, “la guardo negli occhi. Non penso che abbia un’anima“. Vladimir Vladimirovich, senza distogliere lo sguardo, gli sorrise gelido: “Ci capiamo“.

Basta questo aneddoto per comprendere quanta poca fatica abbia fatto il presidente americano, intervistato da George Stephanopoulos della ABC, a confermare l’impressione dell’intervistatore sul fatto che Vladimir Putin sia “un assassino“. Dichiarazione di stima accompagnata da un gentile “pagherà un prezzo“, in relazione al rapporto dell’intelligence Usa certificante interferenze russe nel processo elettorale americano anche nel 2020, con Mosca decisa a favorire una rielezione di Trump nella convinzione che la permanenza del tycoon alla Casa Bianca avrebbe fatto il suo gioco molto più dell’elezione del Democratico.

Dietro la mossa di Biden, però, si cela molto più di un banale risentimento personale: la mossa americana è puramente strategica.

Come sempre nella propria storia gli Stati Uniti individuano nei russi il loro nemico preferito, l’avversario ideale per trasferire altrove il malessere che altrimenti li corroderebbe dall’interno. Con una metafora: assestare un cazzotto a Mosca fa in modo da non pensare al proprio mal di schiena.

Ma c’è dell’altro. L’offensiva di Biden ai danni di Putin arriva a poche ore dal primo bilaterale della sua amministrazione con Pechino. Anche questo preceduto da un ulteriore sfoggio di muscoli, con 24 alti dirigenti del regime cinese raggiunti da sanzioni americane.

Washington ostenta sicurezza, rinunciando in questa fase persino a tentare di “giocare” il nemico di taglia inferiore, la Russia, contro quella che molti analisti considerano la vera minaccia esistenziale al primato a stelle e strisce: la Cina.

Il motivo è presto detto: al contrario di quanto diversi commentatori amino ripeterci da anni, lo spazio decisivo del nostro tempo è ancora l’Europa. Il convincimento di chi fa la strategia americana è che aprire alla Russia significherebbe spalancare a Mosca praterie nel Vecchio Continente, col serio rischio di perdere l’influenza che da decenni assicura agli Usa il dominio sul globo.

E’ in quest’ottica che si cerca di colpire nuovamente Mosca con una vicenda apparentemente innocua, derubricata dal risultato di novembre a fatto minore, con l’obiettivo di segnalare anche all’esterno che la Russia non è soggetto con il quale trattare.

Messaggio indirizzato prevalentemente a Berlino, storica ossessione americana, perché receda dall’idea di completare il gasdotto Nord-Stream 2, e così dal progetto di diventare tramite del resto d’Europa nell’approvvigionamento energetico da Mosca, compiendo un salto di qualità geopolitico che Washington non è disposta a tollerare.

Ma anche volto a placare sul nascere le umanissime voglie delle cancellerie europee che guardano a Mosca per superare l’impasse vaccini, nel pieno del caos AstraZeneca, accordandosi per la produzione di Sputnik. Quanto gli Usa non vogliono consentire, promettendo all’Europa tempi di distribuzione simili (maggio/giugno) dei propri vaccini (Pfizer e Moderna) rispetto a quelli che impiegherebbe la produzione del siero partorito nei laboratori dell’Istituto di ricerca Gamaleya.

Messa in sicurezza l’America, Biden penserà all’altra sponda dell’Atlantico. Nel frattempo, la grammatica strategica impone di colpire chi potrebbe colmare il vuoto geopolitico imposto dalla scelta di salvare in primis il proprio popolo. Di ruggire contro l’orso russo, solo in apparenza in letargo.

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