Cosa sarebbe accaduto nella spy-story Italia-Russia se al governo non ci fosse stato Mario Draghi? Meglio: come sarebbero andate le cose se l’esecutivo fosse stato guidato da Giuseppe Conte? Abbiamo la risposta.

Prima, però, dobbiamo portare le lancette dell’orologio indietro di un anno, ai giorni in cui convogli militari russi, in maniera del tutto scenografica e inquietante per un Paese saldamente nella Nato – ma forse all’epoca non così saldamente – attraversavano le autostrade italiane con immancabile sventolare di bandiere russe al seguito.

Nello spaesamento di buona parte della popolazione, scioccata per il trattamento che il virus aveva riservato all’Italia, felice di ricevere aiuti più o meno da tutti, Cina inclusa, con dispiegamento di medici e dispositivi sanitari, strumento di soft power di Pechino compreso in pieno soltanto alla scoperta di migliaia di mascherine tarlate.

La mossa del Cremlino in chiave americana

E’ il Cremlino, nei giorni in cui la tempesta perfetta si abbatte sull’Italia, a far trapelare tramite canali diplomatici l’intenzione di offrire il proprio aiuto alla Penisola. Quando la missione è già apparecchiata, Conte compone il numero della Casa Bianca, allora occupata dall’amico Donald Trump. E’ a lui, convinto che sia il presidente americano a sovrintendere la strategia americana, che Conte domanda il beneplacito degli Stati Uniti all’arrivo dei russi.

Grave errore di Conte, già incappato in uno sbaglio simile qualche mese prima, ai tempi della visita in Italia del procuratore William Barr, spedito da Trump – non dall’America, attenzione – in cerca di documenti riservati per dimostrare che il Russiagate è una macchinazione del “Deep State” americano nei suoi riguardi.

Fatto sta che Conte, ricevuto l’ok di Trump, telefona direttamente a Vladimir Putin. L’operazione “Dalla Russia con amore può scattare“.

La parata trionfale dell’Armata russa, sbarcata a Pratica di Mare, si snoda per 600 km, arrivando nel cuore della pandemia, la martoriata Bergamo. Ufficialmente per occuparsi della disinfezione di strade e acquedotti lombardi – quanto già in quei giorni veniva bollato come manovra inutile se non dannosa da buona parte della comunità scientifica – ufficiosamente per mostrare a Washington la propria disponibilità a sottrarsi all’abbraccio mortifero della Cina; possibilmente per offrire al mondo intero prove – non importa quanto fittizie – che il virus fosse frutto in realtà non di un fenomeno naturale, bensì di un attacco batteriologico orchestrato più o meno sapientemente da Pechino.

Finirà male, malissimo, con la vigorosa irritazione degli apparati americani dinanzi all’iniziativa russa e all’accoglienza italiana, con le prime critiche alla missione putiniana che compaiono sui media nostrani, con La Stampa in prima linea, e il fallo di reazione moscovita tradottosi in un perentorio “chi scava la fossa, in essa precipita” rivolto al quotidiano di Torino che tradisce tutta la delusione russa per essere stata nuovamente respinta dagli americani, per aver creduto – come Conte – che Trump fosse l’America, non un presidente di passaggio.

L’ultima spy-story e il caso Bonafede

Questo salto indietro nel tempo è d’obbligo per descrivere il contesto in cui si dipana la matassa dei rapporti tra potenze, con Roma riconosciuta in maniera pressoché unanime ventre molle della NATO, come dimostra l’adesione alla Nuova Via della Seta varata dal primo esecutivo Conte. E’ in questo quadro che Aleksandr Korshunov, top manager dell’azienda bellica statale russa Odk, appropriatosi grazie all’aiuto di alcuni soci italiani dei disegni di motori americani, riesce a farla franca. L’uomo viene fermato nel settembre 2019 a Capodichino mentre sta dirigendosi a Capri: sulla sua testa pende un mandato di cattura americano. Ma per assicurargli un salvacondotto, a dimostrazione del suo peso specifico, si muove Vladimir Putin in persona, il quale accusa gli USA di far “arrestare cittadini russi in Paesi terzi” così da “complicare le relazioni bilaterali“.

Minaccia velata che a Roma colgono benissimo, preferendo irritare lo storico alleato piuttosto che giocarsi la simpatia di Mosca. Ragionamento che non fa una piega pensando che all’epoca è in carica il governo Conte-Salvini-Di Maio.

Succede così che, nonostante la Corte d’Appello di Napoli si pronunci a favore dell’estradizione negli States, alla domanda della magistratura russa di processare Korshunov in patria il governo italiano, per decisione dell’allora ministro Bonafede, decida di dare ragione a Mosca.

Quanto non è accaduto, per fortuna, nelle ultime ore, con Mario Draghi interprete della linea dura nella gestione del dossier Walter Biot, capitano di fregata accusato di aver venduto informazioni militari classificate a Dmitrij Ostroukhov, facente parte del Gru, i servizi d’intelligence russi all’estero. La reazione italiana comunicata dal ministro Di Maio è quella di “immediata espulsione dei due funzionari russi coinvolti“. E poco importa che da Mosca ci si attenda una “risposta simmetrica“. Anche e soprattutto su questi temi di interesse nazionale si traduce la discontinuità col precedente inquilino di Palazzo Chigi.

Draghi, insomma, non è Conte. Dall’Italia, senza rancore.

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