Consapevole dell’indole economicistica della Penisola, la reazione del Sultano Erdogan alla definizione di “dittatore” attribuitagli da Mario Draghi si è tradotta nella sospensione di alcuni accordi di stampo commerciale dati da tempo per fatti. E’ il caso della vendita alle forze armate turche di una decina di elicotteri d’addestramento costruiti da Leonardo, la holding tecnologica a controllo statale, per una commessa da almeno 70 milioni di euro al momento bloccata.

Sebbene minacce di trattamenti simili siano stati recapitati ad alcune delle 1500 compagnie nazionali attive in Anatolia, e nonostante un interscambio che nell’epoca pre-Covid ha toccato quota 17 miliardi di euro l’anno, l’Italia deve ora resistere alle ritorsioni di Erdogan, non cedere alla richiesta di scuse pubbliche, non ritrattare se non attraverso canali diplomatici sotterranei.

E’ anche attraverso passaggi verbalmente violenti come quello firmato da Draghi che si contribuisce a formare consapevolezza nella collettività del fatto che l’Italia non abita un’isola ma il Pianeta.

Ad eccezione di alcuni irrecuperabili nostalgici del precedente presidente del Consiglio, la pressoché totalità dell’opinione pubblica italiana si è schierata al fianco di Draghi, sostenendo la legittimità della sua sortita, apprezzandone il coraggio delle affermazioni, apparentemente dimostrandosi pronta a reggere l’urto della scontata reazione ottomana. Dinamica alla quale dovremo abituarci, poiché proprio con Ankara condividiamo obiettivi e raggio d’azione, in particolare nel Mediterraneo allargato.

Chi sostiene che il premier sia scivolato su una buccia di banana, non solo ignora la consuetudine di Draghi con lo strumento delle conferenze stampa e la sua (r)affinata capacità di dettare l’agenda tramite le risposte, ma pure situazione geopolitica e interesse nazionale del nostro Paese.

Non è un caso, infatti, che le parole di Draghi contro Erdogan siano giunte pochi giorni dopo il viaggio a Tripoli, la capitale della Libia da cui un premier italiano mancava da quasi 10 anni (Monti 2012). E’ proprio nel nostro (ex) cortile di casa che le milizie anatoliche si sono insediate per restare, costituendo così una minaccia all’interesse nazionale italiano: leggere alla voce “Eni”, ma anche “migranti”, per non parlare dell’inquietudine suscitata dalla prospettiva di avere installazioni missilistiche turche e russe potenzialmente rivolte verso la Sicilia.

La mossa di Draghi è stata invece frutto di un’attenta ponderazione. Colta la palla al balzo del “sofa-gate”, denunciata la deriva autoritaria di Erdogan, la sua uscita dalla Convenzione di Istanbul, Draghi ha deciso di segnalarsi agli Usa, utilizzando la retorica preferita da tutte le amministrazioni statunitensi: quella dei diritti umani. Chiave narrativa che l’America applica per chiedere ai Paesi europei per schierarsi più apertamente contro la Cina, e che l’Italia spera di far valere anche per favorire il contenimento turco – con aiuto statunitense – nel Mediterraneo.

Anche per questo, non solo perché la definizione di dittatore è quella che meglio descrive il Sultano, l’Italia non deve recedere dalle sue posizioni. E’ il momento di tenere il punto, di attirare l’attenzione dell’America sulle nostre istanze, di usare la rilevanza che la geografia ci ha regalato per tornare a pensare politica estera dopo anni di digiuno.

Contro chi si sente stranito dopo tanta astinenza, ignorando chi preferisce mettere da parte l’interesse nazionale per sacrificarlo sull’altare del proprio. Oppure, cosa ben più grave, perché non in grado neanche di coglierlo.

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